La Terza guerra del Golfo sta terremotando l’economia globale e se da un lato sono ben note le conseguenze, a dir poco drammatiche, per i sistemi produttivi occidentali e le filiere di approvvigionamento, è bene sottolineare che a subire il danno peggiore sono state, chiaramente, le economie della regione.
Non senza alcuni distinguo, chiaramente. Vincitori e vinti si contano anche in Medio Oriente, e il prisma del conflitto aiuta a capire le dinamiche in atto.
La prima vittima è Dubai, assieme agli Emirati Arabi Uniti tutti. Il Paese che si affaccia sul conteso Stretto di Hormuz è stato colpito da quattro direttrici dalla tempesta bellica e il cui mercato azionario dopo essere giunto ai massimi storici a metà febbraio è sceso di circa un quarto del suo valore e della sua capitalizzazione dall’inizio della guerra, bruciando in tre settimane quanto costruito negli ultimi nove mesi.
Gli Emirati subiscono la disruption energetica; vedono messo a repentaglio il loro ecosistema dai missili e dai droni iraniani che cadono sul loro territorio; hanno in prospettiva danni ai piani di espansione nell’intelligenza artificiale e nell’innovazione; subiscono i blocchi dei prolifici scali portuali e degli aeroporti che ne fanno un hub globale. Questi li rende i grandi sconfitti del conflitto. Scende di 10 punti anche la borsa del Qatar da inizio guerra, mentre l’Arabia Saudita ha recuperato le perdite iniziali, sfruttando la sua capacità di proiezione e la possibilità di non essere pienamente imbottigliata nel Golfo, potendo contare anche sul periodo di calma nel Mar Rosso per il silenzio delle batterie missilistiche dei miliziani yemeniti Houthi.
In prospettiva, l’onda lunga della crisi e della disruption energetica fa «vittime» anche a distanza: il Nifty 50 e il Sensex, i due maggiori listini indiani, scendono nell’ultimo mesi di circa l’8-9%, il JCI indonesiano di quasi il 15%, così come la Borsa dello Sri Lanka. Ancora peggio Karachi, primo listino pakistano: -16%. Per i mercati asiatici lo shock energetico è dirimente e difficilmente risolvibile. Il Bist 1000 di Istanbul, era andato rosso in doppia cifra ma ora è in recupero in seguito al graduale riflusso delle possibilità di coinvolgimento della Turchia nella guerra.
Stabile anche Israele, che ha conosciuto una corsa nei giorni iniziali della guerra al Tel Aviv Stock Exchange (TA-125) trainato principalmente da costruzioni, bancari e energia, settori ritenuti potenzialmente impattati in maniera positiva dalle prospettive di una possibile soluzione positiva della guerra e dalla rimozione della minaccia iraniana. Poi, tra prese di profitto e instabilità, l’ipotesi di una guerra lunga ha condizionato anche i trend del mercato israeliano. Ad oggi, Tel Aviv è stabile rispetto al pre-guerra ma mantiene un volume di capitalizzazione di oltre il 62% superiore a un anno fa, nonostante i continui cicli bellici dello Stato Ebraico.
Fa +70% anche Azrieli, gruppo di real estate, sulla scorta degli affari promessi dalla spesa in conto capitale del Paese per i data center, spesso abilitanti delle tecnologie militari. Uno spaccato che racconta molto di un Paese in guerra dove si fanno affari e la borsa, in forma di trend strutturale, cresce. Ma la contingenza bellica dell’Iran crea grattacapi per molti. E anche il Medio Oriente insegna che la crisi può costituire un fattore di incertezza difficilmente digeribile in tutta l’Asia.