C’è chi non ha dubbi sul fatto che i mercati siano del tutto imprevedibili. In questi casi, solitamente si cita il “random walk”, ricordando che i prezzi altro non sono che la somma casuale di mille decisioni individuali, influenzate da emozioni, cronaca e variabili non modellizzabili.
Ed effettivamente è difficile contraddire chi sostiene questa visione: l’efficienza dei mercati è spesso accompagnata da una dose importante di caos.
Tuttavia, anche nel caos, a volte emergono delle piccole ricorrenze. Schemi non perfettamente prevedibili, certo, ma statisticamente curiosi e utili per chi vuole dare un senso operativo alla lettura dei dati di mercato. Ed ecco che nel 2025 sono emerse due evidenze poco conosciute ma decisamente interessanti: i giorni della settimana più positivi e negativi e i mesi dell’anno storicamente più profittevoli o più deboli.
1. Giorni della settimana: il mercoledì è il nuovo venerdì?
Se ti occupi di mercati, sicuramente avrai sentito dire almeno una volta: “I mercati cambiano, oggi nulla è prevedibile”. Ed è vero, su orizzonti molto brevi la prevedibilità si riduce quasi a zero. Tuttavia, è anche vero che esistono delle statistiche mobili, come le medie mobili, che ci aiutano a cogliere segnali di breve periodo all’interno di contesti più ampi.
Un’analisi recente di Carson Investment Research, basata sull’andamento dell’S&P 500 nei primi mesi del 2025, mostra qualcosa di davvero interessante: i giorni più positivi della settimana sono mercoledì e venerdì, con il mercoledì nettamente in testa per rendimento annualizzato. Al contrario, i giorni peggiori sono lunedì, martedì e giovedì, con il lunedì particolarmente negativo.
È solo una coincidenza? Forse no. Questo tipo di configurazione, in cui il lunedì apre male, il martedì prosegue il ribasso, il mercoledì reagisce con forza, e il giovedì ripiega, è tipica dei bear market. Il lunedì spesso riflette il pessimismo accumulato nel weekend, il martedì è uno sfogo, il mercoledì rappresenta un rimbalzo tecnico e il venerdì si chiude in modo neutro. Questa dinamica potrebbe essere utilizzata per calibrare l’operatività settimanale o semplicemente per avere una bussola emotiva più precisa durante le fasi di volatilità.
2. Mesi dell’anno: il ciclo da settembre a dicembre
Parlando invece di evidenze mensili, qui ci spostiamo su un terreno che richiede analisi storiche di lungo periodo. Ma anche in questo caso, alcuni pattern sembrano ricorrere con una certa regolarità.
Secondo diverse analisi, i mesi di febbraio, marzo, aprile, maggio e giugno tendono ad essere i meno performanti, o quantomeno quelli in cui è più raro registrare nuovi massimi. Si tratta di mesi spesso laterali o leggermente ribassisti.
Con settembre cambia tutto. Da lì fino a gennaio, culminando a dicembre, si registra una maggiore probabilità di superamento dei precedenti massimi relativi. Dicembre, in particolare, è noto per gli aggiustamenti tecnici di fine anno, con ribilanciamenti e posizionamenti strategici per l’anno successivo.
Questa stagionalità contraddice la nota regola “Sell in May and go away”, suggerendo invece che il vero ciclo rialzista prende forma dall’autunno all’inverno.
S&P 500, 1D
Grafico a candele settimanali dell'indice S&P 500. Fonte: baha.com
Non regole, ma indizi utili
Queste due evidenze, la ciclicità settimanale e quella mensile, non vanno lette come regole ferree o come basi per strategie automatizzate. Ma sono segnali interessanti che raccontano qualcosa sulla psicologia dei mercati. E questa psicologia, a dispetto di chi la ignora, lascia tracce nei dati.
È vero che i mercati sono complessi e dominati da forze esterne. Ma a volte, anche nei flussi caotici del prezzo, emergono anomalie. E conoscere queste anomalie può aiutare a prendere decisioni più consapevoli, o almeno a leggere meglio il contesto.
Alla fine, chi investe lo sa: non servono certezze, basta riconoscere qualche vantaggio marginale per fare la differenza.