Osservando rapidamente il proprio portafoglio d’investimento, sarà facile notare che ciò che ha performato molto bene negli ultimi tre anni è proprio ciò che sta ora affossando il ritorno totale dei propri investimenti.
Non è un consiglio d’investimento, ma vale la pena considerare che alcune delle regole che sembravano imprescindibili fino a pochi mesi fa potrebbero essere cambiate con l’apertura del 2025.
In particolare, è possibile identificare 3 nuove dinamiche chiave del mercato che probabilmente, tutti gli investitori dovranno prima o poi accettare.
1. La sovraesposizione delle azioni USA a poche aziende è un rischio
Negli ultimi anni, l’S&P 500 ha visto una crescente concentrazione della capitalizzazione di mercato in pochissime aziende. Al 31 dicembre 2024, il peso combinato delle prime cinque società nell’indice aveva raggiunto quasi il 29%, una percentuale storicamente elevata. Questa concentrazione è stata in gran parte guidata dall’afflusso di capitali verso strumenti passivi come gli ETF, i quali investono automaticamente nei titoli più capitalizzati, aumentando ulteriormente il peso delle stesse aziende.
Il risultato? Una crescita eccessiva dei prezzi rispetto ai fondamentali. Anche se gli utili di queste società sono previsti in crescita di oltre il 15% nel 2025, il rapporto prezzo/utili (P/E) dell’S&P 500 ha superato la soglia di 20x, un valore che si colloca oltre il 90° percentile della media storica. Questo squilibrio ha portato a un aumento della volatilità e, alla prima difficoltà, ha innescato una contrazione significativa dei mercati.
Come gestire questo rischio? Non esiste una risposta univoca, ma un’opzione interessante è esplorare strumenti passivi con un approccio più diversificato, come gli ETF equal weight. Questi ETF non seguono la composizione del mercato basata sulla capitalizzazione, ma distribuiscono equamente il peso su tutte le azioni dell’indice. Questo riduce il rischio di concentrazione e potrebbe essere una soluzione per chi vuole mantenere un’esposizione alle azioni USA senza essere eccessivamente dipendente da pochi titoli.
2. La supremazia del mercato azionario USA non è più così scontata
Un altro dato significativo è che il peso delle azioni statunitensi rispetto al patrimonio netto globale ha raggiunto quasi il 67% alla fine del 2024, in aumento rispetto al 62% del 2023. Ciò indica che non solo a livello domestico gli investitori sono sovraesposti a poche aziende, ma a livello globale sono fortemente concentrati sugli USA.
Questa tendenza ha generato un significativo squilibrio nelle valutazioni di mercato. Mentre il P/E medio degli USA si supera 20x, nei mercati esteri come Europa e Asia si colloca mediamente sotto il 15x. Questo gap riflette l’ampio utilizzo di strumenti di investimento passivi market cap weighted, che hanno spinto una quota sproporzionata di investimenti negli Stati Uniti.
Ma ecco il punto cruciale: i primi segnali di debolezza nel mercato USA hanno coinciso con un rafforzamento di altri mercati. Europa e Asia stanno tornando in primo piano, con una riduzione dello spread di performance rispetto agli USA. La storica regola secondo cui «gli USA guidano il mercato» potrebbe non essere più così valida. Gli investitori che guardano a lungo termine potrebbero valutare l’opportunità di diversificare il proprio portafoglio su mercati emergenti o europei, che offrono valutazioni più attraenti e una prospettiva di crescita più equilibrata.
3. Tassi in ribasso non significano automaticamente prezzi in rialzo
Per tre anni, molte case d’investimento hanno promosso il mercato obbligazionario basandosi su un concetto chiave: «I tassi sono alti, la banca centrale li abbasserà e i prezzi saliranno». Tuttavia, ad oggi, il mercato ha mostrato una realtà ben diversa. Le obbligazioni, soprattutto quelle USA, non solo non hanno registrato i guadagni attesi, ma in alcuni casi hanno subito ulteriori ribassi.
Ciò è dovuto a diversi fattori:
- La Fed e altre banche centrali stanno riducendo i tassi più lentamente del previsto.
- La discesa dei tassi aumenta i rischi recessivi, spingendo nuovamente i rendimenti al rialzo e frenando l’apprezzamento dei bond.
- La duration, che avrebbe dovuto amplificare le oscillazioni sui titoli a lunga scadenza, non ha funzionato come previsto.
- Il mercato sconta tassi neutrali più alti per il futuro, mantenendo i rendimenti elevati.
In questo contesto, il rendimento delle obbligazioni non deriva più tanto dall’apprezzamento del capitale, quanto piuttosto dalla cedola offerta. Gli investitori dovranno abituarsi all’idea che i prezzi obbligazionari potrebbero non tornare ai livelli pre-2022 e che il guadagno principale provenga dal flusso cedolare. Chi ha fatto uno switch di maturità da breve a lungo termine sperando in un apprezzamento dei titoli potrebbe trovarsi in difficoltà e dover rivedere la propria strategia.
Come interpretare questi cambiamenti?
Il 2025 ha portato con sé nuove regole che gli investitori potrebbero trovarsi improvvisamente costretti ad accettare e interpretare con attenzione. La sovraesposizione del mercato USA a pochi titoli è un rischio concreto, la supremazia americana nel panorama globale potrebbe essere meno certa e il concetto «tassi in calo = prezzi in rialzo» non sta funzionando come molti si aspettavano.
In questo contesto, la diversificazione diventa una strategia ancora più cruciale: guardare oltre gli USA, valutare strumenti di investimento più bilanciati e adattare le aspettative sui mercati obbligazionari potrebbero essere scelte fondamentali per navigare con successo questa nuova fase del mercato.