Uno strumento economico per investire nel 2026 in obbligazioni, azioni o liquidità

Stefano Vozza

1 Febbraio 2026 - 15:38

Questo comune ha il pregio di non fare mai peggio del mercato, di essere economico e di adattarsi bene a tutti i sottostanti di mercato

Uno strumento economico per investire nel 2026 in obbligazioni, azioni o liquidità

Se le vie degli investimenti sono infinite, poi non è detto che alla fine tutte portino lontano. I ritorni sono il frutto di più parametri variamente combinati come tasse e spese di gestione, il timing e il tempo di possesso, la qualità del sottostante, etc.

Districarsi al meglio non è facile data l’abbondanza di offerte presenti sul mercato, e il rischio di sbagliare o fraintendere qualcosa è tutt’altro che remoto. Tra le tante opzioni soffermiamoci sugli Exchange Traded Fund (ETF) e le sue mille spendibilità di portafoglio. Entriamo nel vivo, quindi, ecco 1 strumento economico per investire nel 2026 in obbligazioni o azioni o liquidità.

Investire in ETF negli anni di inflazione alle stelle

Tenere ricchezze liquide oltre lo stretto necessario non è mai una scelta vincente. Tra spese fisse (canoni e/o imposta di bollo) ed erosione del potere d’acquisto c’è solo che si perdono soldi, tanti o pochi a seconda dei tempi, ma la perdita è sicura sempre.

La soluzione passa per la strada obbligata dell’investire seguendo poche, semplici regole tra le più condivise dagli analisti finanziari. Quindi semplicità e trasparenza dei prodotti considerati, costi di gestione contenuti, diversificazione degli strumenti in portafoglio per decorrelare il rischio, operare in un’ottica di medio-lungo termine.

La diversificazione del capitale può risultare di difficile attuazione per il piccolo risparmiatore, specie per capitali di modeste dimensioni. In simili circostanze lo strumento migliore per bypassare l’ostacolo è il fondo comune, di investimento o del tipo passivo a seconda delle preferenze.

Gli ETF sono dei fondi di investimento a gestione passiva con il pregio, nel bene e nel male, di replicare fedelmente l’andamento dell’indice o settore o sottostante a cui sono agganciati. Hanno in pancia i germi della diversificazione, per cui spalmano benissimo il rischio tra i singoli elementi che li compongono. Un simile risultato sarebbe difficile da ottenere, se non impossibile, muovendo capitali di medio-piccola entità.

Cosa sono gli ETF e quali sono i suoi punti di forza e di debolezza

Sono facilmente tradabili sul mercato al pari delle azioni di Borsa, i titoli di Stato, le criptovalute, etc. Inoltre grazie all’enorme abbondanza di soluzioni (di asset coperti, per emittenti, valute, tipologia di replica, politica dei dividendi, etc) si prestano a un ventaglio enorme di strategie operative. Tradotto, riescono a soddisfare le semplici come le più sofisticate esigenze di investimento.
Essi sono molto simili ai fondi comuni d’investimento (FCI) venduti dalle banche tramite i promotori finanziari. Tuttavia, se ne divergono per almeno due ordini di grandezze.

La prima sta nella politica di gestione, che è attiva nel caso dei classici FCI bancari, e passiva nel caso degli ETF. La seconda risiede direttamente nei costi di gestione, sia palesi che occulti. Qui il confronto è spesso impietoso e spesso depone a favore dell’ETF per ovvie ragioni legate alla struttura del servizio offerto. L’ETF è un replicante passivo privo di quella rete di professionisti dediti alla raccolta dei capitali e alla gestione degli stessi, così come avviene nei FCI. Tuttavia, lo storico dei dati empirici mostra che spesso si tratta di costi ingiustificati se letti alla luce dei ritorni conseguiti. Tradotto, a volte i FCI potrebbero non valere le loro spese di gestione o essere comunque esosi da rimangiarsi molto, se non tutto, i guadagni.

Con gli ETF, invece, il risparmiatore fa tutto in autonomia per cui qui si presuppone elevata consapevolezza delle proprie azioni. In caso di prodotti complessi e/o in valuta e/o a leva etc, allora il livello di preparazione finanziario posseduto deve essere pari al prodotto che si va maneggiando.

Come scegliere un ETF nel 2026?

In verità le sane regole per scegliere un buon ETF non variano da un anno all’altro. Sebbene il mercato pulluli e abbondi di alternative, poi i criteri chiave per ordinare le preferenze restano bene o male sempre gli stessi. Vale a dire la massa gestita, ossia dimensione del fondo, e la sua storicità del fondo analizzarne performance e trend nel corso del tempo. Altrettanto fondamentali sono la politica di gestione dei guadagni conseguiti (ad accumulazione, preferibile, o a distribuzione?) e la replica del sottostante, cioè fisica (preferibile) o di tipo sintetica.

Poi non vanno trascurati i costi di gestione annua dell’ETF, il domicilio e la valuta del fondo, perché se differente dall’euro allora le dinamiche valutarie rendono il fondo un prodotto ad elevato rischio, specie sul medio-lungo termine.

1 strumento economico per investire nel 2026 in obbligazioni o azioni o liquidità

Secondo gestori ed analisti finanziari, con uno o più ETF, ma sempre pochi per evitare sovrapposizioni di strategie e duplicazione di spese, si può gestire un capitale. Tuttavia, un conto è la teoria e un altro la realtà dato che l’ETF presuppone adeguata (ed elevata) consapevolezza di quel che si va facendo. Essere gestori attivi del proprio patrimonio è un diritto ma anche un esercizio di responsabilità. Sbagliare approccio, strumenti, strategie equivale a perdere soldi fino a bruciare un capitale nei casi estremi. È un concetto chiave da tenere sempre bene a mente.

Giusto a titolo di esempio (ma invitiamo a rivolgersi sempre, solo ed esclusivamente al proprio consulente di fiducia), vediamo possibili combinazioni. Fatte 100 le ricchezze, si può decidere di tenere una parte completamente liquida, ad esempio il 20%, e investire il resto. A seconda della propensione al rischio, gli obiettivi e gli orizzonti temporali, lo si potrebbe destinare su due ETF, uno sul reddito fisso e l’altro sul capitale di rischio.

Per gestire il rischio, meglio: per calibrarlo al proprio profilo, si agisce con i pesi e la tipologia di strumenti scelti. Per l’asset rischiosa sarebbe meglio evitare gli ETF settoriali, notoriamente con TER più cari e decisamente più concentrati in termini di rischio. Meglio optare per un azionario globale (mercati sviluppati – meglio – o emergenti) o comunque su un indice geograficamente e settorialmente vasto. Sono mediamente più economici e più diversificati in termini di rischio e vantano masse gestite di medio-alte dimensioni.

Portafogli aggressivi e portafogli difensivi

Chi rifugge il rischio, per esempio, potrebbe optare per uno o due strumenti del reddito fisso di breve-termine e un ETF monetario per la componente liquidità. Sul primo fronte pensiamo ai BTP (assolutamente non lunghi), ai prodotti del risparmio postale, ai conti deposito bancari, agli ETF o FCI obbligazionari. Nel complesso, simili composizioni di portafoglio non fanno crescere il capitale ma al più ne proteggono il potere d’acquisto nel tempo e stop.

Per gli investitori molto dinamici ed aggressivi, invece, possiam dire che non esiste limite alla fantasia. Qui la scelta di qualche ETF settoriale sarebbe “quasi d’obbligo” (ma rigorosamente in piccole quote) nel contesto complessivo, ma gli associati rischi sono elevati.

Tra i due estremi, infine, pensiamo ai portafogli “intermedi” composti a 3 prodotti:

  • un ETF monetario (con elevate masse gestite) per gestire la liquidità;
  • un ETF obbligazionario per la componente “stabilità” del portafoglio. Qui vi sono fondi passivi differenti in base alla durata, all’emittente (sovrano o corporate o high yield), la valuta, l’area geografica, la politica di gestione, etc;
  • un ETF azionario globale (in quote modeste e in ottica di lungo termine) a cui affidare il compito di irrobustire i ritorni di portafoglio.