Nel mondo iperconnesso del XXI secolo, i satelliti non servono più solo a fornire internet: sono strumenti chiave di difesa, intelligence, comunicazione critica e geopolitica.
Il conflitto in Ucraina ha mostrato quanto la connettività satellitare possa essere vitale in guerra. SpaceX, con la sua costellazione Starlink, è diventata un’infrastruttura strategica globale.
L’Europa, priva di una controparte autonoma, si ritrova in una posizione di dipendenza che mina la sua sovranità tecnologica e strategica.
La tensione è emersa con forza a febbraio, quando gli Stati Uniti avevano minacciato di disconnettere Starlink in Ucraina. Musk ha smentito, ma il segnale è arrivato forte e chiaro a Bruxelles: senza capacità spaziali indipendenti, l’Europa è vulnerabile. Da qui, la necessità di accelerare sul progetto IRIS2, annunciato nel 2022 e formalmente avviato a dicembre 2023, dopo un iter tormentato durato quasi due anni.
SpaceX non è solo un’azienda di lancio. È un ecosistema integrato verticalmente che progetta razzi, satelliti e terminali, li produce in casa, li lancia con vettori propri (riutilizzabili) e gestisce una rete di oltre 8.000 satelliti operativi in orbita bassa (LEO). La sua rete serve milioni di utenti civili e militari, dalle case rurali americane ai fronti di guerra. Il valore della società, secondo Bloomberg, ha raggiunto i 350 miliardi di dollari nel 2023. Di questi, 22 miliardi provengono da contratti governativi già eseguiti, mentre altri 6 miliardi sono stati assegnati solo nel mese di febbraio 2024.
Il segreto del successo? Una combinazione di efficienza ingegneristica, razzi riutilizzabili Falcon, il nuovo Starship in fase avanzata di test, economia di scala e una cultura aziendale votata all’ambizione estrema. Inoltre, Musk ha investito centinaia di milioni di dollari personali nella fase iniziale, ben prima dell’arrivo di capitali istituzionali e contratti NASA.
L’Europa non ha un equivalente diretto. Invece di un singolo attore integrato, il settore spaziale europeo è frammentato in decine di aziende, molte delle quali operano in compartimenti stagni. Airbus, Thales Alenia Space e Leonardo sono tra i protagonisti nella produzione satellitare, ma non dispongono di razzi propri né gestiscono direttamente servizi a utenti finali. L’industria del lancio è dominata da Arianespace, che ha affrontato pesanti ritardi tecnici con Ariane 6, ancora in attesa del suo primo volo.
Nel 2023, l’intero bilancio spaziale europeo è stato di soli 11,4 miliardi di euro, contro gli 80 miliardi di dollari degli Stati Uniti (di cui 45 solo per la difesa). Inoltre, in Europa la spesa militare nello spazio è in gran parte nazionale, e non coordinata a livello UE, ostacolando progetti su larga scala e sinergie.
Il progetto IRIS2 (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite) mira a creare una costellazione di 290 satelliti in orbita bassa, con un costo previsto di 10,6 miliardi di euro. Di questi, 6,5 miliardi saranno pubblici (Commissione Europea, Stati membri e ESA), mentre il resto sarà a carico degli operatori privati: SES, Eutelsat e Hispasat.
Ma ci sono dubbi sulla sostenibilità. Eutelsat, ad esempio, vale in borsa solo 1,7 miliardi di euro e ha un debito netto di oltre 2 miliardi. Gli analisti mettono in discussione la sua capacità di investire 2 miliardi nel progetto senza compromettere altri programmi e senza ulteriori garanzie pubbliche.
Un’altra incognita è la domanda commerciale. Secondo le proiezioni, IRIS2 potrebbe offrire 1 Mbps a un costo wholesale di 23 euro al mese. Starlink, nel frattempo, fornisce 100 Mbps a circa 40 euro al mese. La competitività del servizio, almeno per il mercato civile, è tutta da dimostrare. Per giustificare l’investimento, IRIS2 dovrà attirare clienti istituzionali (forze armate, agenzie di protezione civile, enti pubblici), ma anche aziende energetiche, navali e logistiche, settori per i quali la resilienza delle comunicazioni è cruciale.
Oltre alle telecomunicazioni, anche il settore dell’intelligence satellitare rappresenta una sfida. Quando gli Stati Uniti hanno sospeso il flusso di immagini satellitari all’Ucraina, Kiev ha perso una risorsa vitale per monitorare movimenti russi e valutare danni bellici. L’Europa dispone di satelliti di osservazione come i Sentinel del programma Copernicus, ma le capacità militari europee non sono paragonabili a quelle della National Geospatial-Intelligence Agency (NGA)statunitense.
Per colmare il gap, servirebbe una nuova generazione di satelliti SAR (radar ad apertura sintetica), strumenti multispettrali, capacità AI per l’elaborazione automatica e reti di analisi distribuita. Tutto questo richiede anni di sviluppo, filiere industriali stabili e politiche di procurement militare più integrate a livello UE.
Infine, la vera sfida potrebbe essere culturale. Negli Stati Uniti, l’imprenditorialità spaziale è incentivata, celebrata e sostenuta con appalti pubblici massicci. In Europa, invece, la propensione al rischio è minore, la burocrazia più rigidae il supporto a iniziative private ancora troppo limitato. La nascita di un “Musk europeo” non sembra imminente, anche per l’assenza di mercati finanziari altrettanto dinamici e di un ecosistema venture capital paragonabile alla Silicon Valley.
IRIS2 non sarà mai Starlink, almeno in termini di scala. Ma può diventare una rete resiliente, sicura e autonoma per i bisogni strategici dell’Europa. Per riuscirci, serviranno alleanze industriali forti, politiche pubbliche lungimiranti, e soprattutto, la volontà politica di affrontare il cielo con lo stesso coraggio con cui Musk ha costruito il suo impero spaziale.