Vaticano S.p.A.: la fede fa i conti con la finanza globale

Leonardo Millocca

6 Novembre 2025 - 09:50

La Santa Sede punta a coniugare fede, etica e sostenibilità: meno donazioni, più controlli, trasparenza da conquistare nella finanza del Papa, diversificando gli investimenti e non solo.

Vaticano S.p.A.: la fede fa i conti con la finanza globale

Quando la fede incontra la finanza, le storie diventano inevitabilmente terrene.
Negli ultimi giorni, l’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) ha chiesto ai fratelli Marzotto la restituzione di 5 milioni di euro versati anni fa per co-produrre due film: Rocketman, pensata come autobiografia su Elton John, e Men in Black 4.
Inoltre, il promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi, ha disposto il sequestro di 11 milioni di euro ad un fondo in Svizzera. Mentre, infine, lo Ior ha ottenuto dal Tribunale di Milano una sentenza storica: la magistratura vaticana viene riconosciuta come indipendente e garante del giusto processo.

Non è solo una curiosità da cronaca giudiziaria. È la punta di un iceberg: quello dell’economia vaticana, un sistema finanziario unico al mondo, dove si incontrano patrimoni millenari, etica religiosa e logiche di mercato globali.

È risaputo ormai che il Vaticano non è solo un centro spirituale, ma è anche un micro-Stato con oltre 5.000 dipendenti, un bilancio annuo vicino agli 800 milioni di euro e un patrimonio che spazia da immobili a fondi d’investimento.

A gestirlo c’è l’Apsa, una sorta di “ministero dell’Economia vaticano”. Quest’ultima si occupa in particolare di immobili, tesoreria e investimenti finanziari. Poi c’è lo Ior (Istituto per le Opere di Religione), spesso definito impropriamente “la banca del Papa”, che amministra fondi di ordini religiosi, diocesi e congregazioni.
Infine la Segreteria per l’Economia, voluta da Papa Francesco nel 2014, che introduce criteri di trasparenza e controllo più vicini agli standard europei.

E pensate che solo dal 2021, per la prima volta, il Vaticano pubblica bilanci annuali accessibili anche online, segno di una transizione verso una cultura finanziaria più aperta.

Eppure, la distanza tra principio etico e pratica contabile resta ampia.
Le fonti di reddito tradizionali, quindi le donazioni dei fedeli, i ricavi turistici dei Musei Vaticani, le rendite immobiliari, a quanto pare, non bastano più. La pandemia ha ridotto drasticamente gli ingressi: le donazioni all’Obolo di San Pietro, ad esempio, sono scese da oltre 100 milioni nel 2018 a meno di 50 milioni nel 2023.

E quindi, per compensare, la Santa Sede ha cercato di diversificare gli investimenti, anche in ambiti insoliti quali:
quote di fondi internazionali
immobili di pregio a Londra, Roma e Parigi
partecipazioni cinematografiche attraverso veicoli finanziari esterni

È qui che nascono i problemi: la gestione di strumenti complessi da parte di entità ecclesiastiche poco avvezze alla logica di rischio-rendimento ha generato scandali e contenziosi, come il London Deal, costato decine di milioni e diversi processi.

Papa Francesco ha voluto affrontare la questione di petto.
Negli ultimi anni ha centralizzato gli investimenti sotto il controllo dell’Apsa, imposto la trasparenza dei conti, creato una legge anticorruzione interna e affidato a revisori esterni i bilanci.

Tutto ciò dimostra una linea che è ormai chiara: recuperare fondi, evitare sprechi e difendere la reputazione economica della Chiesa.

Comunque sia, la recente decisione dei giudici milanesi, che riconoscono il sistema giudiziario vaticano come autonomo e rispettoso dei diritti, segna un punto importante anche per la credibilità internazionale della Santa Sede.

Ma come si può intuire, la trasformazione è ancora in corso: molte congregazioni e dicasteri mantengono patrimoni propri, e la gestione centralizzata resta un obiettivo (lontano) più che una realtà. Con meno donazioni e costi crescenti, il Vaticano sta cercando un equilibrio tra rigore morale e necessità economica.

Negli ultimi bilanci, l’Apsa ha evidenziato un deficit di oltre 30 milioni di euro, ma anche segnali di recupero grazie alla gestione più prudente dei fondi e a investimenti “etici”, orientati a sanità, educazione e ambiente.

C’è chi parla di un nuovo modello di finanza spirituale, quindi di non rinunciare ai rendimenti, ma farli convivere con i valori cristiani.
Sicuramente un progetto ambizioso, che richiede un importante focus alla cultura economica, competenze finanziarie e soprattutto fiducia, merce rara dopo anni di scandali e segretezza.

Dietro le mura leonine non c’è solo fede.
C’è un’economia complessa che riflette le stesse tensioni dell’economia globale: etica contro profitto, trasparenza contro potere, prudenza contro ambizione. Il caso dei 5 milioni versati per i film di Hollywood è solo l’ultimo capitolo di una lunga storia: quella di una finanza sacra che tenta di restare morale in un mondo profondamente laico.

Nel più piccolo Stato del mondo, la moneta non ha solo valore di scambio: ha anche un importante peso spirituale.
E forse è proprio lì che si misura la vera sfida del Vaticano contemporaneo,
trovare il modo di essere santo anche nei conti.

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