Cosa potrebbe accadere alle utilities italiane come ENEL, Terna, Snam, Italgas, Ascopiave, Acea, così come ad A2A, Iren, Hera, nel caso in cui il governo Meloni decidesse di imporre un tetto massimo al prezzo del gas, anche in contrasto con l’Unione europea?
Quali aziende riuscirebbero a navigare meglio in questo clima di incertezza, e quali invece accuserebbero le conseguenze più gravi?
Governo Meloni disposto a procedere contro impennate prezzo gas anche senza il sì dell’UE?
Durante il fine settimana, in un’intervista rilasciata a La Repubblica, il ministro dell’Ambiente e dell’Energia Gilberto Pichetto Fratin ha parlato della “grande emergenza” rappresentata dai costi dell’energia, confermando che il governo Meloni sta “valutando interventi a sostegno delle aziende”.
L’esecutivo italiano, ha aggiunto, è pronto a procedere anche senza il via libera dell’Unione europea.
Nel menzionare la trattativa in corso con la Commissione europea, il ministro Pichetto ha fatto riferimento a un “eterno negoziato” che va “superato”, aggiungendo che “sulla misura per azzerare il differenziale che l’Italia paga sul prezzo del gas, anche con il dubbio di una procedura di infrazione, dobbiamo procedere per l’interesse nazionale”.
Equita ha riassunto le dichiarazioni rilasciate dal ministro mettendo in evidenza l’aumento, per le utilities, del “rischio regolatorio come conseguenza della crisi energetica e dei nuovi picchi di prezzo gas ed elettrico ”. Tutto, mentre nell’intera UE “sale la pressione per l’introduzione di tassazioni straordinarie sugli extra-profitti delle società energetiche (attualmente non in agenda)”.
La SIM ha tenuto a sottolineare che la proposta dell’applicazione di un price cap sul gas sembra “lo snodo principale per il Governo italiano”.
L’idea è di imporre un tetto al gas necessario per la produzione di energia elettrica (in modo da abbassarne i costi di generazione).
Per governo Meloni tetto prezzo gas 80 €/MWh rimarrebbe elevato. Si punta a 40 €/MWh?
Equita ha ricordato quanto detto dal ministro Pichetto Fratin, che ha affermato che l’Unione europea potrebbe accettare “un price-cap ad 80 €/MWh, valore tuttavia inverosimile, che consentirebbe comunque fluttuazioni del prezzo elettrico a €200€/MWh (attualmente a 220-230 €/MWh)”.
Secondo il broker, è dunque più probabile che il governo Meloni punti “a negoziare valori più vicini ai 40 €/MWh, sulla scia delle misure approvate dal Governo spagnolo durante il 2022”.
Un prezzo pari a 80 €/MWh, di fatto, sarebbe considerato ancora molto alto, mentre se il limite fosse molto molto più basso, vicino a 40 €/MWh, il prezzo elettrico scenderebbe in misura più rilevante, fino a 120 €/MWh. L’impatto sulle sulle società energetiche?
Cosa accadrebbe alle utilities italiane con prezzo elettrico di circa 120 €/MWh?
Equita ha fatto notare che un prezzo elettrico di circa 120 €/MWh è un valore che rimarrebbe “comunque superiore alle ipotesi dei piani strategici delle società elettriche nel medio termine (da 85€/MWh di Enel ai 100 €/MWh delle multi-utilities)”. Dunque, anche con il price-cap a 40 €/MWh, il prezzo elettrico ipotizzato di 120 €/MWh sarebbe superiore a quello previsto dalle utilities, pari alla forchetta di 85-100 €/MWh.
Di conseguenza, il rischio sarebbe “contenuto per le società elettriche, sia per l’elevato livello di coperture già effettuate sul 2027 (tra 60-85% a seconda della società con prezzi di copertura intorno ai 100-110 €/MWh), sia perché un CAP a quei livelli consentirebbe comunque di incamerare prezzi superiori alle attuali assunzioni di medio termine (catturando quindi solo l’upside potenziale)”.
Qui il riferimento è al fatto che le utilities hanno fatto già operazioni di hedging, ovvero hanno già fissato in anticipo una parte dei prezzi di vendita/acquisto per proteggersi dalle oscillazioni.
Il vero problema è il debito. Chi rischia di più tra le utilities italiane
Il vero rischio per la SIM sarebbe rappresentato dal debito, in quanto sarebbe più difficile per le aziende trasferire i costi ai clienti.
Alcune società potrebbero trovarsi così in difficoltà se aumentassero in questo contesto i costi di procurement; le bollette non pagate, le richieste di dilazione dei pagamenti e la necessità di collateral per gli hedge.
Equita ha così espresso il timore che le misure regolatorie, combinate con prezzi energetici elevati e tassi d’interesse più alti, possano peggiorare la situazione patrimoniale/finanziaria delle società, e non tanto per un impatto negativo sugli utili, ma in quanto potrebbe aumentare il debito, e le utilities potrebbero avere bisogno di una maggiore liquidità.
L’impatto sarebbe importante soprattutto per le società Generation & Retail, che sono maggiormente esposte ai prezzi delle commodity e ai clienti finali.
A soffrire dunque “l’incertezza attuale e il potenziale rischio sul deterioramento del BS”, in un contesto caratterizzato dall’aumento dei tassi, sarebbero soprattutto le società energetiche e retail come Enel, A2A, Iren, Hera, mentre minori effetti si dispiegherebbero sulle società regolate (Terna, Snam, Italgas, Ascopiave, Acea). Queste ultime sono infatti meno esposte in modo diretto al prezzo di gas ed elettricità.