Gli alti prezzi che paghiamo per beni e servizi, sono la causa o l’effetto dell’inflazione? È lecito chiederselo, considerando i rincari dei beni intermedi e dell’energia che hanno colpito le imprese italiane negli scorsi anni.
Chi propende per la prima ipotesi, parla di greedflation, ossia dell’”inflazione da avidità”: dopo la pandemia e l’intensificarsi della guerra in Ucraina, le imprese avrebbero gonfiato i prezzi ben oltre quanto sarebbe stato giustificato dall’aumento dei costi di produzione, di fatto speculando per ottenere maggiori profitti.
Ma c’è chi ritiene che l’aumento dei prezzi sia semplicemente dovuto al fatto che, per preservare i margini, le imprese abbiano dovuto “scaricare” l’aumento dei costi (in primis energetici) sui consumatori, tuttavia in misura coerente con l’inflazione. In altri termini, se i prezzi dei beni e servizi sono cresciuti, lo hanno fatto in modo proporzionale all’aumento dei costi per produrli e fornirli. È questa la tesi (già avanzata in passato) della Banca d’Italia, che ha analizzato le politiche di prezzo delle aziende italiane tra il 2016 e il 2023, per misurare i contributi dell’inflazione su prezzi e profitti operativi.
Cosa dicono i dati
Per verificare se gli aumenti sono stati giustificati, lo studio prende in analisi il rapporto di pass-through operativo, che misura quanto i rincari dei costi di produzione vengono trasferiti ai prezzi di vendita finali. Se il rapporto tra la crescita dei prezzi per i consumatori e la crescita dei costi di produzione per le aziende è pari a 1, significa che il pass-through è completo, ossia che tutta l’inflazione è scaricata sui consumatori; se è a 0,5 è parziale, mentre se è 0 vuol dire che, nonostante l’aumento dei costi per le imprese, i prezzi per i consumatori sono rimasti stabili (e quindi sono diminuiti i profitti per le aziende).
Nel primo semestre del 2021, l’inflazione era a meno del 2% rispetto ai sei mesi precedenti, mentre i costi di energia e materie prime risultavano in crescita di oltre il 2,5%. Al tempo, il rapporto di pass-through era di poco superiore a 0,5, cioè l’incremento dei costi era sostenuto alla pari tra imprese e consumatori.
Il picco di inflazione è arrivato tra il secondo e il terzo semestre del 2022, con prezzi in salita di oltre il 6% per i consumatori e costi in crescita del 12% per le imprese. Ma anche in questo caso, secondo le analisi di Bankitalia, il pass-through è salito di poco sopra 0,6 punti. Il rapporto ha continuato poi ad aumentare, toccando il valore di 0,7 nel 2023, determinando quindi un maggiore “scarico” dell’inflazione su energia e materie prime sui consumatori finali, mantenendosi su livelli simili anche nel 2024, senza comunque mai raggiungere il massimo.
I prezzi aumentano ma l’avidità non c’entra
Smentire la greedflation non significa negare le difficoltà dei consumatori che, oltre a fare i conti con retribuzioni ferme (o addirittura in contrazione, se si considerano i salari reali), a differenza delle imprese non hanno la possibilità di difendersi dagli shock inflazionistici. Senza citare, poi, il tema dei cosiddetti extraprofitti. Via Nazionale giunge comunque alla conclusione che «nel periodo esaminato la trasmissione ai prezzi di vendita dell’aumento dei prezzi degli input intermedi è stata in media parziale», anche se è vero che le imprese di grandi dimensioni hanno effettivamente migliorato i propri margini, dimostrando quindi «una maggiore capacità rispetto alle altre aziende di trasferire l’incremento dei prezzi degli input intermedi ai prezzi finali».
Ogni impresa ha interesse a mantenere intatti i margini e deve alzare i prezzi per rispondere all’aumento dei costi sostenuti. Ma per l’azienda media questo è possibile solo con una certa prudenza, ossia sopportando una parte di inflazione senza scaricarla troppo su fornitori e consumatori: di mezzo c’è il timore di erodere la propria quota di mercato, ipotesi molto concreta nel caso di un incremento eccessivo dei prezzi.