Una valle ostaggio, un’opera ferma: il vero costo della protesta No Tav

Lorenza Morello

28 Luglio 2025 - 06:35

L’ultima manifestazione di luglio, la meno partecipata, ha causato i danni maggiori. La Val di Susa brucia tra striscioni ideologici e silenzio politico. Serve un cambio di rotta.

Una valle ostaggio, un’opera ferma: il vero costo della protesta No Tav

Da valsusina e da giurista, ho sempre trovato intollerabile – non nel merito, ma per come è sempre stata gestita – la resistenza del movimento No Tav.

Perché, laddove secondo molti la nostra Repubblica è figlia di una certa resistenza, quella dei No Tav è troppo presto degenerata in strumentalizzazione politica e violenza.

L’ennesimo episodio, solo l’ultimo di una lunga serie, si è verificato nell’ultimo fine settimana di luglio. Una manifestazione scarsamente partecipata ha provocato più danni di tutte le precedenti, mettendo a ferro e fuoco un’intera Valle, bloccando un’autostrada di collegamento internazionale e producendo immagini televisive che danneggeranno gravemente la reputazione del nostro Paese.

È svilente leggere le veline di tanti politici italiani che, come riflesso condizionato, se la prendono con il Governo Meloni. È evidente che il Decreto Sicurezza non ha funzionato come deterrente, ma va anche detto che nessun governo – né locale né nazionale – è mai riuscito in oltre vent’anni a porre fine a questa violenza antidemocratica che tiene ostaggio la Val di Susa.
Dai tralicci abbattuti, alle bombe carta, ai sassi lanciati su strade e veicoli: i No Tav non hanno mai fatto mancare la loro presenza distruttiva.

Non è vero, come sostenuto in un servizio della RAI, che è la Valle di Susa tutta a opporsi all’opera. I No Tav rappresentano da anni una minoranza, spesso neppure locale: molti arrivano da lontano, talvolta dal Sud Italia o dal Nord Est, viaggiando proprio con l’alta velocità che contestano, per protestare armati di bandiere e slogan.
Già questo dice molto.
In una sola cosa potrebbero avere ragione: quando (e se) l’opera verrà ultimata, sarà vetusta. Ma la responsabilità sarà interamente loro.

Accelerare i lavori, garantire la sicurezza e sedare le proteste dovevano essere priorità per i Governi e per la TELT. Invece si è sempre proceduto a rilento, perché una parte della politica italiana ha tratto consenso elettorale proprio da queste frange violente.
Il Parlamento italiano, per ben due volte, ha riconosciuto che la TAV è un’opera strategica e di interesse nazionale, poiché fondamentale per la crescita economica e per il lavoro.
Eppure, vent’anni di lotte violente e errori istituzionali hanno fatto schizzare i costi e rimandato all’infinito i benefici.

Oggi la gente vende le seconde case in Valle anziché comprarle.
La punizione dei colpevoli arriverà, forse, ma sarà tardiva e inefficace. Il danno di immagine internazionale è ormai fatto e contribuisce solo ad alimentare l’illusione che si possa ancora fermare l’opera.

Non basta dire che i colpevoli saranno individuati: serve un segnale forte, chiaro, concreto. Serve una volontà politica reale di accelerare i lavori, e serve che tutte le forze politiche dicano apertamente cosa pensano della TAV.
È gravissimo, ad esempio, che alcuni Sindaci PD della Valle si dichiarino contrari.

Solo in Italia, a fine luglio, nel pieno del flusso turistico europeo, può accadere che un’intera Valle venga bloccata e danneggiata in nome di una protesta minoritaria ma tollerata.
Alla luce di tutto questo, è più che comprensibile chi propone di vietare eventi come il cosiddetto Festival dell’Alta Felicità a Venaus, che serve solo a radunare oppositori da tutta Italia contro un’opera pubblica votata e approvata dal Parlamento, l’unico organo che rappresenta davvero la volontà popolare.

I No Tav, in gran parte, non sanno nemmeno dove si trovi la Val Susa sulla cartina. Molti non ci sarebbero mai arrivati, se non fosse stato per i partiti politici che hanno pagato loro il biglietto.

Di democratico, questa protesta ha ben poco. È violenza organizzata, legittimata dall’inerzia dello Stato.
Ora è tempo di cambiare passo. Il Governo delle grandi opere, che punta sul Ponte sullo Stretto, non dimentichi la ferrovia verso la Francia: è lì che si gioca una vera partita per il futuro dell’Italia.

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