Un operaio bresciano ha perso il posto per aver preso 1,60 euro di resto del caffè. La vicenda è finita in tribunale con tanto di risarcimento danni
Noi italiani siamo da sempre tra i più grandi consumatori mondiali di caffè. Per noi bere il caffè non è soltanto il semplice gesto di assaporare una bevanda calda dal gusto inconfondibile. È un rito sociale, un modo per iniziare la giornata con il sorriso e con una sferzata di energia e un mezzo per prendersi una piccola pausa dal lavoro.
Forse non la vede in maniera così positiva così un lavoratore bresciano che per un piccolo episodio accaduto davanti a un distributore automatico di caffè è stato licenziato dall’azienda per cui lavorava da diversi anni. Ma proviamo a capire cos’è successo, perché è arrivato il licenziamento e come si è espresso il Tribunale di Brescia sulla vicenda.
Il “furto” di 1,60 euro e il licenziamento
La vicenda risale al giugno del 2024 ma solo pochi mesi fa ha trovato la sua conclusione in sede legale. Durante una pausa, il lavoratore si è avvicinato al distributore automatico di caffè, ha inserito i soldi e la macchina non gli ha restituito il resto di 1,60 euro. Il giorno successivo è arrivato in azienda l’addetto alla manutenzione del dispositivo e l’operaio ha recuperato il dovuto.
Un collega, però, ha assistito all’accaduto e ha fatto partire una discussione che è diventata via via sempre più accesa e ha portato all’intervento dell’ufficio del personale. Interrogato dal responsabile, il lavoratore ha spiegato l’accaduto e si è dichiarato pronto a restituire l’importo ma questo non è stato sufficiente. Due settimane dopo è stato licenziato per giusta causa e gli sono stati imputati l’appropriazione indebita dei soldi e le minacce al collega.
Il Tribunale di Brescia costringe l’azienda al risarcimento
La vicenda non è terminata con l’allontanamento del malcapitato dall’azienda, ma si è conclusa in un’aula di tribunale. Il lavoratore licenziato ha portato il suo caso davanti al Giudice del Lavoro che, sulla base di ulteriori testimonianze, ha ritenuto la contestazione delle minacce generica e non dimostrata.
In più, secondo le autorità giudiziarie, non sarebbe stato possibile accertare se l’addetto alla manutenzione avesse dato o meno il via libera al lavoratore per recuperare le monetine.
Quello che è certo, secondo l’autorità giudiziaria, è che l’azienda non ha avuto conseguenze negative dall’episodio, né tantomeno un danno economico tale da giustificare un provvedimento di licenziamento.
Basandosi su queste conclusioni il giudice ha dato ragione al lavoratore, ha definito il provvedimento “del tutto sproporzionato” a confronto dei fatti contestati e ha imposto all’azienda di versare al suo ex operaio la bellezza di 18 mensilità di risarcimento.
Ma le sorprese non erano ancora finite. Il lavoratore non ha chiesto di essere reinserito in organico, nonostante i 14 anni di anzianità accumulati. Ha deciso di accettare il rimborso stabilito dal tribunale e di cercarsi un nuovo impiego. Quando un caffè cambia la vita.
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