Chi nasce ricco parte già avanti. Non solo in termini di vantaggi (immaginabili) derivanti da una condizione economica familiare privilegiata, ma anche per una più alta probabilità di acquisire maggiori competenze di base a scuola.
Non si tratta certo di un destino, ma di una correlazione che può essere importante e proseguire anche nel mondo del lavoro. Inutile dire che, come per tutte le statistiche, bisognerebbe andare davvero dentro il fenomeno che raccontano per distinguere singoli casi ed eccezioni. Ma emerge comunque una tendenza che sembra comune a tutte le economie avanzate del mondo: provenire da una famiglia benestante è spesso legato al raggiungimento di maggiori competenze in lettura e matematica.
Anche in Italia la disuguaglianza economica può portare a un differente rendimento scolastico già dai primi anni sui banchi e che, se non colmato in tempo, rischia di diventare un divario strutturale e permanente: minori possibilità di completare gli studi superiori, accesso ridotto all’università e un futuro professionale più limitato. In pratica, il gap di competenze di oggi può trasformarsi nella mancata mobilità sociale di domani.
A indagare su quanto lo status delle famiglie riesce a incidere sulla qualità di vita dei più piccoli è una recente analisi dell’Unicef, che ha esaminato il rapporto tra le disuguaglianze economiche e il benessere dei bambini in 44 paesi Ocse ad alto reddito, tra cui l’Italia. In media nei paesi avanzati il 20% delle famiglie più ricche ha redditi di oltre cinque volte superiori rispetto al 20% delle famiglie più povere. E quasi un bambino su cinque vive in povertà, ossia in una condizione che rende molto probabile non riuscire a soddisfare bisogni primari. Un aspetto interessante è l’alimentazione: dove cresce la disuguaglianza aumenta anche la probabilità di una nutrizione scorretta, per esempio con una maggiore incidenza di bambini sovrappeso, spesso legata a un’alimentazione di bassa qualità o a pasti irregolari.
C’è però un altro riflesso, non meno importante, che riguarda l’istruzione. Anche in questo ambito la disuguaglianza economica produce effetti evidenti, che possono essere corretti nel tempo, ma che rappresentano però un fattore di squilibrio immediato. In Italia i bambini provenienti dal 20% delle famiglie più ricche raggiungono competenze di base in matematica e in lettura nell’84% dei casi, mentre a riuscirci tra i bambini del quintile più povero è solo il 45%.
Fenomeni simili sono osservati anche in altre economie avanzate, dove si raggiungono disparità perfino maggiori. Tuttavia, il fattore socioeconomico che crea il divario in Italia risulta ancora più significativo, perché il nostro paese già non brilla per i livelli di academic proficiency, ossia per le competenze di base acquisite a scuola. Secondo dati Ocse (del 2022, citati dal report Unicef) solo il 57% dei ragazzi italiani di 15 anni raggiunge buone capacità di base sia in lettura, sia in matematica, facendo peggio di Francia (61%), Germania (60%) e Spagna (59%).
Competenze degli studenti in Europa
Skill di base in lettura e matematica nei ragazzi di 15 anni
Le conseguenze
Come sottolinea lo studio, il legame tra disuguaglianza economica e capacità scolastiche non è una novità. Era emerso infatti anche in ricerche precedenti, sulla base (come in questo caso) dell’indagine Ocse Programme for International Student Assessment (nota con l’acronimo PISA). Si legge che «sono ben documentate anche le forti disuguaglianze economiche all’interno dei paesi nelle competenze accademiche dei bambini verso la fine dell’istruzione obbligatoria». Guardando in prospettiva, il rischio che il gap abbia conseguenze a lungo termine è molto fondato, perché «le disuguaglianze infantili possono essere una delle principali fonti di disuguaglianze in età adulta in termini di accesso all’istruzione superiore e alle opportunità di lavoro. Questi divari socioeconomici nei risultati scolastici infantili, inoltre, sembrano ampliarsi nel tempo».
L’abbandono scolastico
C’è anche da considerare l’impatto sull’intero percorso di studio, che spesso può non concludersi nel caso di chi proviene da famiglie a basso reddito. Secondo Eurostat nel 2025 in media il 9,1% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni nei paesi Ue ha abbandonato in anticipo percorsi di istruzione e formazione, tra un minimo del 2,1% in Croazia e un massimo del 15,5% in Romania. Per l’Italia il tasso di abbandono è stato dell’8,2%, in netta diminuzione rispetto ai livelli di dieci anni prima (14,7% nel 2015). C’è un’influenza reciproca tra povertà educativa ed economica: ecco perché l’istruzione dovrebbe rappresentare un fattore chiave per assicurare, in futuro, migliori condizioni economiche e lavorative. Ma non sempre accade.
L’ascensore sociale
Secondo il recente sondaggio FragilItalia “Disuguaglianze sociali e ascensore sociale” (area studi Legacoop con Ipsos), soltanto il 32% degli italiani appartenenti al ceto medio è convinto che i propri figli potranno migliorare la posizione rispetto alla famiglia di provenienza. Oltre la metà, il 52%, pensa invece che resteranno nella stessa condizione economica e sociale di partenza, mentre un 15% ritiene che scenderanno perfino più in basso nella scala sociale. Se si guarda invece al ceto popolare, le percentuali esprimono maggiore pessimismo: il 38% pensa che i figli, provenienti quindi già da famiglie a basso reddito, scenderanno ancora più in basso come posizione sociale ed economica.
Fonte
Unicef