Guidare la riscossa dei Brics, il raggruppamento delle economie planetarie emergenti e bussola dei cosiddetti Paesi del Sud del mondo, ma al tempo stesso essere protagonista assoluta anche del World Economic Forum (Wef), l’evento annuale che riunisce a Davos, in Svizzera, le élite politiche e imprenditoriali globali per affrontare questioni di caratura mondiale.
La Cina ha dimostrato di sapersi districare alla perfezione tra due palcoscenici diametralmente opposti, ma soprattutto di essere in grado di bilanciare due esigenze strategiche: la promozione di un’agenda multipolare e il dialogo con un’organizzazione dichiaratamente filo occidentale.
No, non c’è alcuna contraddizione nella mossa di Pechino, visto che l’obiettivo del gigante asiatico consiste nel modificare l’architettura internazionale considerata eccessivamente “a trazione statunitense” dalla leadership del Partito Comunista Cinese. Per riuscire nell’ambizioso traguardo, dunque, il Dragone è chiamato a giocare su due tavoli.
Nello specifico, da un lato la Cina deve rafforzare le relazioni con le nazioni in via di sviluppo, al fine di ottenere consensi e amicizie da spendere in campo diplomatico nelle sedi della comunità internazionale, ma dall’altro non può permettersi di tagliare i ponti con le potenze occidentali. Non solo per una questione di interesse economico e geopolitico, ma anche e soprattutto perché i temi dell’agenda cinese per una nuova era delle relazioni diplomatiche – sintetizzabile nella perifrasi “comunità umana dal futuro condiviso” – nonché i suoi obiettivi di lungo termine (come uno sviluppo green ed equo), coincidono in gran parte con quelli contenuti nell’agenda dell’Onu.
La Cina a Davos
Archiviata la pandemia di Covid a Davos sono tornate nutrite delegazioni da ogni angolo del mondo. Quest’anno quella cinese è stata descritta come immensa e senza precedenti. Non c’è Xi Jinping a guidarla – lo stesso presidente cinese che nel 2017, proprio dal palco del Wef, dichiarava di voler difendere la globalizzazione – ma il premier Li Qiang, tecnicamente il numero 2 nella gerarchia del Partito Comunista Cinese.
Il gruppo proveniente da Pechino, ha scritto il sito Politico citando un documento del Dipartimento di Stato datato 12 gennaio, comprenderebbe svariati funzionari oltre ad una decina di ministri. Per gli Usa non ci sono dubbi: quella della Cina è una partecipazione al Forum di Davos mascherata da visita di Stato.
Non a caso Li, prima di aver tenuto il suo discorso all’evento, ha incontrato i leader svizzeri. Di conseguenza, il citato Dipartimento di Stato americano si è subito messo all’opera per organizzare un incontro tra il segretario Usa Antony Blinken e la presidente svizzera Viola Amherd, così da garantire che Washington non perda terreno nei confronti di Pechino nella diplomazia con la neutrale Svizzera.
L’obiettivo di Pechino
Nel suo intervento, Li Qiang ha cercato di convincere le multinazionali a investire in un’economia cinese che appare sempre più traballante. In un discorso attentamente studiato per un pubblico di imprenditori globali, Li ha presentato una vaga proposta in cinque punti che, a detta di Pechino, avrebbe lo scopo di “ricostruire la fiducia e rafforzare la cooperazione in campo economico” tra Cina e Occidente.
Il premier cinese ha espresso la necessità di favorire un maggiore coordinamento macroeconomico, il mantenimento delle catene di approvvigionamento incentrate sulla Cina libere da ostacoli, una maggiore cooperazione sugli obiettivi verdi e una maggiore cooperazione tecnologica. Non ha mai menzionato gli Stati Uniti, ma ha fatto ripetuti riferimenti a nazioni capricciose, inaffidabili e prepotenti.
In ogni caso, la maggior parte delle parole di Li erano volte a placare le preoccupazioni degli investitori globali nei confronti del sistema economico cinese. Li, ad esempio, ha paragonato l’economia cinese alle Alpi svizzere e alla “sua catena montuosa ondulata con magnifiche vette”. “Per apprezzare appieno questi picchi maestosi dobbiamo allontanarci,” ed è ciò che gli investitori devono fare quando valutano l’economia cinese, ha affermato. “Scegliere il mercato cinese non è un rischio ma un’opportunità” mentre “il Partito comunista accoglie gli investitori stranieri “a braccia aperte”” ha concluso Li sperando di esser stato abbastanza convincente.