Lo spread BTP-Bund è ai minimi dal 2008. La domanda per i titoli di Stato italiani resta fortissima. Il sentiment degli operatori è tornato sui livelli migliori degli ultimi anni. Tutto direbbe che il rischio Italia non è più un tema.
E invece il mercato ha ricominciato a parlarne.
Non perché la fiducia stia crollando, ma perché sta cambiando la domanda di fondo. Non conta più solo quanto è basso lo spread oggi. Conta cosa significa per il costo del capitale nei prossimi anni.
È in questo cambio di prospettiva che emerge una storia interessante a Piazza Affari.
Negli ultimi giorni Terna ha inviato un segnale preciso. Il titolo ha aggiornato i massimi a 9,988 euro, portando la capitalizzazione oltre i 19,8 miliardi proprio mentre gli investitori tornano a interrogarsi sulla sostenibilità del debito e sulla traiettoria dei rendimenti a lungo termine.
Ed è qui che nasce la domanda che circola tra gli operatori.
Perché un titolo sensibile ai tassi e al costo del capitale non solo non arretra, ma resta solido mentre il tema del debito torna al centro del radar?
Il rischio Italia torna nel radar mentre la fiducia resta alta
Il paradosso è evidente. L’Italia vive una delle fasi di fiducia più solide degli ultimi anni. La domanda per il BTP a 15 anni ha superato i 150 miliardi, il sentiment degli operatori è ai massimi dal 2022 e S&P ha migliorato l’outlook sul Paese citando stabilità politica e maggiore resilienza dei conti pubblici.
Proprio questa fiducia sta cambiando il modo in cui il mercato guarda al rischio. Se il breve periodo appare stabile, occorre spostare l’attenzione più avanti. Sulle scadenze lunghe, sui rendimenti, sulla sostenibilità del debito nel tempo.
Con una BCE più attendista e rendimenti lunghi che restano più alti rispetto alle scadenze brevi, il costo del capitale torna lentamente al centro delle valutazioni. Non è un segnale di paura. È un segnale di maturità del ciclo. Il mercato non sta scappando dall’Italia. Sta diventando più selettivo.
Ed è proprio in questa fase che alcuni titoli iniziano a comportarsi in modo diverso dal passato.
Grafico azioni Terna
Fonte Tradingview
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Perché il comportamento di Terna sta attirando l’attenzione del mercato
Per capire perché Terna regge mentre il mercato torna a interrogarsi sul costo del capitale bisogna entrare nel cuore del suo modello. Non è una utility esposta ai consumi o ai prezzi dell’energia, ma un gestore della rete di trasmissione nazionale con un piano di investimenti che si sviluppa su orizzonti decennali. Il valore dell’azienda dipende dalla crescita della rete e dagli investimenti infrastrutturali già programmati.
Qui entrano in gioco i meccanismi regolatori che rendono il caso Terna diverso da molte società di Piazza Affari. Gli investimenti vengono riconosciuti e remunerati dall’autorità con un ritorno legato al Wacc fissato da Arera, oggi intorno al 5,5%. In pratica la visibilità sui flussi di cassa è molto più alta rispetto alla maggior parte delle aziende industriali e l’espansione della rete, spinta da elettrificazione e transizione energetica, diventa un driver strutturale di crescita.
Poi arrivano i numeri. Secondo Bernstein, il piano di sviluppo 2025-2034 prevede circa 23 miliardi di investimenti che salgono a 40 miliardi considerando i progetti oltre l’orizzonte di piano. A questi si aggiungono i 17,7 miliardi del piano industriale 2024-2028. Una pipeline che spinge al rialzo la RAB e che potrebbe tradursi in una crescita media annua del 9,4% fino al 2030, superiore alle stime precedenti e a molti gestori di rete europei.
È qui che il comportamento del titolo diventa interessante. Quando un’azione sensibile ai tassi non arretra mentre il mercato torna a parlare di costo del capitale, il segnale non è euforia. È posizionamento graduale, ma più solido e duraturo.
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