Ci sono i Castelli di sabbia, quelli che i bambini si divertono a costruire sugli arenili, che non sopravvivono alle onde notturne.
Ma ci sono i Cartelli di sabbia, quelli sì assai difficili da smantellare: è un coacervo di interessi economici e politici consolidati, stratificati e trasversali, che da tempo immemorabile presidia il settore balneare.
Sono anni che fanno blocco presidiando il Parlamento, riuscendo nell’intento di rinviare la messa a gara delle concessioni: usano i granelli di sabbia, stratagemmi legali che sembrano a prima vista irrilevanti, ma che invece si rivelano micidiali, perché bloccano qualunque ingranaggio normativo, qualsiasi procedimento ammnistrativo.
Ed è andata così anche questa estate: era ovvio che, con le elezioni europee a giugno, nessuno avesse la benché minima voglia di mettere a soqquadro il settore delle concessioni balneari. La proroga di legge, l’ennesima, era già stata decisa per tutto il 2024.
Ma il troppo stroppia, e così il Consiglio di Stato ha sentenziato che è illegittima per contrasto con le decisioni della Corte Europea di Giustizia: la direttiva Bolkenstein si deve applicare senza ulteriori dilazioni, mettendo finalmente a gara le concessioni con bandi aperti a tutti.
Peccato, però, che sempre il Consiglio di Stato abbia dichiarato illegittimo un bando di gara emanato senza prevedere una clausola risarcitoria a favore del concessionario uscente per il mancato ammortamento degli investimenti effettuati e per l’avviamento commerciale di cui beneficia il subentrante: mancano però i parametri di riferimento, che dovevano essere stabiliti con un apposito decreto delegato. E’ bastato un secchiello di sabbia, e tutto il sistema si è bloccato.
Bisogna riconoscere che il sistema legislativo messo in piedi per disciplinare il settore balneare sembra messo giù apposta per non farlo funzionare: è incoerente per un verso, e dirompente per l’altro.
Cominciamo con i principi, altisonanti: l’accesso al mare deve essere libero e gratuito. Siccome è ovvio che si tratta di una astrattezza, anziché ripartire i litorali in aree date in concessione e spiagge libere, come è stabilito in Francia e si vede bene ad esempio a Nizza, dove la chilometrica Promenade des Anglais vede alternarsi ogni 200 metri gli stabilimenti e le aree di fruizione gratuita gestite dal Comune dove ci sono le docce, i servizi igienici e la sorveglianza, in Italia abbiamo deciso che il diritto all’accesso al mare è inviolabile, ma si limita alla “battigia”: al paio di metri di sabbia o di ciottoli che le onde coprono e scoprono di continuo. E’ ovvio che i concessionari dei lidi storcano il muso, e che contestino a chi entra senza pagare la possibilità di sdraiarsi al sole, e soprattutto di utilizzare gratuitamente le docce o i servizi igienici.
La verità è che con la soluzione all’italiana non si è voluto prendere di petto la realtà: ci sono chilometri e chilometri di lidi dati in concessione, senza neppure un metro di spiaggia libera. Andate ad Ostia Lido, oppure sulla Riviera romagnola e vedrete che è così. Nessuno vuole mollare, neppure un centimetro di sabbia: è oro, oro colato.
E poi, c’è il problema delle infrastrutture fisse: in Francia, tanto per proseguire nel paragone, la concessione prevede la occupazione dell’arenile per sei mesi l’anno. Prima e dopo la stagione balneare, bisogna lasciare il lido perfettamente libero e sgombro di materiali ed attrezzature.
C’è un secondo aspetto: vanno bandite le gare, ma a quali condizioni? Vince chi offre il canone più alto, oppure chi farà i prezzi bassi a parità di servizi offerti? E’ ovvio che chi vince perché si impegna a pagare canoni di concessione elevati praticherà prezzi altrettanto elevati: in pratica, con questa logica, andare al mare sarà sempre più costoso.
Ma nella misura in cui il Comune è obbligato a rendere disponibili aree di litorale in libero accesso, servite adeguatamente, la questione del canone risulta poco rilevante.
C’è un ultimo punto, quello dirompente: è inimmaginabile mettere a bando insieme tutte le concessioni. Sarebbe stato più logico immaginare un processo articolato su tre-cinque anni, iniziando con il mettere a gara le più datate, ma non tutte: alcune aree, all’incirca la metà, devono essere riservate alle future spiagge libere in gestione diretta da parte del Comune.
Serve una pianificazione chiara delle aree balneari, prima di procedere alle gare: è il sempre agognato Piano Spiagge.
Finchè non si comincia da qui, i Cartelli di Sabbia avranno sempre la meglio.