Il terremoto Trump proseguirà?
Difficile dirlo, perché l’imprevedibilità della politica presidenziale Usa è più strutturale di quanto si pensi. Certamente l’economia degli States ha comunque problemi ben maggiori di quelli denunciati dallo stesso Donald.
Ne deriva una debolezza che quanto meno ha spiazzato due degli asset considerati in precedenza rifugio nelle fasi difficili della finanza mondiale. Ovvero lo stesso dollaro e i titoli di Stato Usa, che stanno tuttavia trovando di nuovo un po’ di linfa nelle ultime giornate di Borsa.
“Out” perché volatili
Il motivo per cui questi due asset – considerati da sempre beni rifugio – hanno parzialmente perso tale ruolo sta nella loro volatilità, che mal si adatta alla funzione di asset protettivi. Ed è lo stesso motivo per cui il Bitcoin – cui all’inizio si guardava anche in ottica difensiva – viene bocciato come riparo. Non lo è e probabilmente non lo sarà ancora per tanto tempo, sebbene in alcune fasi abbia sovraperformato l’oro. Si pensava così che sarebbe risultato indipendente da Wall Street e dai metalli preziosi. Talvolta lo è stato ma con una volatilità tale da impedire di definirlo bene rifugio. Il nuovo oro digitale è uscito in particolare male dalle ultime vicende geopolitiche, mentre l’oro fisico ne è venuto fuori bene, anzi molto bene. In realtà tutto il panorama è cambiato e da qualche tempo si guarda a un’altra tipologia di correlazione, quella fra dollaro e Bitcoin. Correlazione? Meglio definirla decorrelazione: la valuta digitale potrebbe salire se il biglietto verde si indebolisse, in una dinamica studiata da molti analisti ma che non ha ancora trovato una risposta precisa. In conclusione tutti bocciati, salvo il “gold”, su cui puntano da tanto tempo le Banche centrali e i maggiori fondi sovrani del mondo.
Se il “gold” diventasse anch’esso svolazzante?
La detenzione di oro – nelle sue varie forme fisiche e finanziarie – ha effettivamente difeso finora anche il piccolo risparmiatore, indeciso tuttavia sul da farsi in relazione alle evoluzioni future. Credere a chi sostiene che la quotazione crescerà ancora e di molto, scegliendo di stare fermi? Oppure all’opposto vendere e incassare i profitti? Queste titubanze fanno sorgere il dubbio che anche l’oro stia diventando un asset sempre meno protettivo, poiché origine – dopo la corsa degli ultimi mesi – di incertezze sui trend futuri. Il sospetto è che, essendo salito molto, possa improvvisamente registrare uno storno strutturale. Ne consegue che un modo di agire difensivo sarebbe quello di smontare le posizioni detenute con un Pac in senso opposto, ovvero all’insegna delle vendite, pronti magari a rientrare successivamente con un Pac in acquisto, in presenza di nuovi segnali di forza.
Ma così si fa confusione!
Il lettore potrebbe a questo punto bacchettarci: invece di dare certezze stiamo alimentando incertezze! In effetti il quadro complessivo della finanza si è talmente ingarbugliato che c’è confusione sul da farsi anche con i beni rifugio. E lo stesso lettore potrebbe pretendere di ottenere invece notizie sicure. Cosa si salva senza troppi dubbi da questo caos? Due asset di certo. Sono i conti deposito e i titoli di Stato corti.
● Scontata la scelta per i primi di evitare qualsiasi variabile di cambio. Perfino quando si ha a che fare con valute rifugio, come il franco svizzero o lo yen giapponese. Qualcuno li consiglia ma accettare un simile rischio in ottica di difesa non ha alcun senso. La moneta di Berna e dintorni è solidissima ma comporta pur sempre una variabilità di andamento che non si adatta chi per vuole i propri soldi come in una cassetta di sicurezza. In sintesi occorre puntare solo sull’euro e solo su conti correnti (se remunerati!) o conti deposito di banche affidabili al 100%. L’offerta evidenzia invece i nomi di istituti poco conosciuti come i più generosi e spesso con spread di rendimento di assoluto rilievo. Certamente c’è l’airbag del fondo Interbancario di tutela, che prevede in caso di default, rimborsi assicurati fino a 100.000 euro. Quasi tutti sanno che la garanzia è valida per ogni depositante e per ciascuna banca su cui si opera. La prudenza consiglia tuttavia di “non sfidare la sorte” e di diversificare al massimo – se la liquidità è tanta – mettendone una parte anche sulle big, sempre meno generose ma più affidabili.
● Facile da gestire è poi l’alternativa dei titoli di Stato corti, ovvero con scadenza massima due anni. Come si è già consigliato per i conti deposito anche in questo caso meglio diversificare. Nel caso italiano i Bot (che hanno vita residua massima di 12 mesi) sono esenti dalle cosiddette Cacs, clausole contrattuali presenti nei Btp emessi dopo il 2013, il che ne assicura in ogni caso il rimborso alle condizioni prestabilite. A loro fianco si possono scegliere Bund tedeschi corti, definiti più correttamente con l’acronimo di Bobl, così come i francesi Oat o altri titoli di Stato europei. In quest’ambito il problema sta talvolta – acquistando attraverso Borsa Italiana – nella maggiore o minore liquidità delle diverse emissioni. Se non ci sono scambi – e può succedere – meglio astenersi e puntare su qualcos’altro. Comunque sempre e soltanto governativi in euro, per godere anche della minore aliquota fiscale del 12,5%.
I conti deposito e i titoli di Stato al massimo a due anni – entrambi ormai meno remunerativi rispetto al passato – sono sostanzialmente del tutto esenti dalla variabile Trump o da terremoti finanziari che dovessero scuotere i mercati.
L’immobiliare “di carta”
Il mattone – si sa – è stato per decenni l’asset rifugio per eccellenza. Ora però la sua gestione è diventata più complessa, in presenza anche di quotazioni nettamente elevate. C’è allora l’alternativa cosiddetta “di carta”, ovvero quella degli Etf con sottostanti asset immobiliari, che però case non sono ma società che gestiscono immensi patrimoni nel settore. Si tratta quindi alla fin fine di finanza, il che non è proprio lo scopo di chi cerca sicurezza. Purtroppo l’industria del settore non ha finora proposto strumenti con sottostanti asset reali e ciò vale anche per altri beni: per esempio il legname, l’arte, le auto di prestigio ecc. Il perché è presto spiegato: la detenzione e la gestione di queste ricchezze sarebbero troppo complesse. Non resta quindi che l’investimento individuale, possibile però in tali ambiti solo per chi di soldi ne ha proprio tanti. Alcuni anni fa una banca italiana propose uno strumento che deteneva forme di formaggio parmigiano. L’idea piacque molto ma…il taglio minimo era di 500.000 euro!
In cassetta e nella terra dei nonni
Tutto quanto abbiamo raccontato dimostra che, se l’innovazione dei prodotti finanziari è continuata a ritmi eccellenti, poco o nulla si è fatto in termini di quelli con sottostanti beni rifugio. I percorsi seguiti sono sempre gli stessi. Perfino, nell’ambito degli Etf monetari, si è rimasti legati a strutture molto sobrie, indicizzate quasi sempre ai tassi di interesse: rendono se questi salgono ma non rendono se questi scendono. E allora? L’opinione pubblica è così costretta ad accontentarsi di quanto viene offerto e addirittura – intervistata qualche tempo sulla base di un classico campione – dichiara: “il modo più sicuro di non correre rischi è di tenere la liquidità in una cassetta di sicurezza e di non vendere mai – se si è stati così fortunati – la terra ereditata dai nonni o dai genitori”. Il che è vero ma lo è tanto quanto ammettere che per vivere senza rischi il modo migliore è di non uscire di casa!