Stipendi, Italia in fondo alla classifica: la colpa è della produttività

Chiara Esposito

03/07/2022

04/07/2022 - 16:21

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In Italia gli stipendi non crescono anche a causa della scarsa produttività; i dati Ocse ci dicono che stiamo regredendo rispetto agli anni ’90.

Stipendi, Italia in fondo alla classifica: la colpa è della produttività

L’Italia è l’unico Paese Ue in cui gli stipendi sono diminuiti, precisamente del 3%, rispetto al 1990. Questo dato, evidenziato dai recenti dati pubblicati dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che ha analizzato la crescita dei salari reali medi, cioè al netto dell’inflazione dei prezzi al consumo.

Rintracciare una causa univoca di questo fenomeno è pressoché impossibile, ma gli analisti sono concordi nell’affermare che è colpa della scarsa produttività e di altri fattori strutturali del sistema lavorativo nazionale.

Oltre a descrivere lo storico di questo andamento al ribasso e le sue origini, questo studio permette di capire come e perché neppure il futuro stipendiale degli italiani si prospetti particolarmente roseo.

Il quadro Ocse

Dando uno sguardo al contesto europeo e alla classifica generale è possibile farsi un’idea della gravità di questo risultato.

I dati su cui è basato il ranking Ocse riguardano la variazione percentuale tra il 1990 e il 2020. Per Lituania, Estonia, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovenia, Grecia e Portogallo i primi dati sui salari annuali risalgono al 1995; per la Slovacchia risalgono invece al 1994, per la Lettonia al 1996 e per la Germania al 1991. I salari sono misurati in dollari a parità di potere d’acquisto con anno base 2016.

Elaborazione Openpolis su dati Ocse Elaborazione Openpolis su dati Ocse La variazione percentuale dei salari annuali medi registrata tra il 1990 e il 2020 nei Paesi Ue.

I grafici così elaborati da Openpolis a partire dai valori Ocse mostrano chiaramente come nei paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi anni mentre in alcuni paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia) è raddoppiato. L’Italia è l’unico paese in cui invece è diminuito.

Ma di che cifre stiamo parlando? Secondo Eurostat, lo stipendio medio in Italia per la fascia 18-24 anni è di 15.858 euro, vicino alla media Ue di 16.825, ma si guadagna di più in Germania (23.858 euro), Francia (19.482), Paesi Bassi (23.778) e Belgio (25.617).

I più svantaggiati sarebbero gli italiani nati dopo il 1986 che attualmente hanno il reddito medio pro-capite più basso di sempre.

Un fenomeno complesso: cause e spiegazioni possibili

Proviamo a mettere in ordine i vari elementi che concorrono a decretare quest’esito negativo.

Il primo fattore è sicuramente la produttività poiché i dati dimostrano che in Italia siamo fermi dagli anni ’90. Per produttività si intende il prodotto di sviluppo tecnologico ed efficienza del sistema produttivo.

Non tutte le aziende però pagano i propri lavoratori secondo la loro produttività, ed essendoci anche poca concorrenza, che conferisce un alto potere contrattuale alle imprese, alcune riescono a pagare i dipendenti meno di quanto dovrebbero.

Un elemento che invece nella mentalità comune viene spesso identificato come fonte di potenziali problemi è quello del costo del lavoro. Questo parametro però non influisce sull’economia italiana a tal punto da incidere drasticamente sul livello delle retribuzioni.

In una nota dell’Eurostat viene infatti mostrato come il costo del lavoro nel 2019 sia totalmente in linea con la media dell’Unione Europea, e addirittura minore della media dell’area Euro; +3,30 euro per lavoratore in Italia, +5,63 e +6,83 per Francia e Germania. Germania e Francia infatti, pur avendo con il doppio dei costi, hanno visto i propri salari medi crescere.

Il vero problema è piuttosto l’aumento del costo della vita che toglie potere d’acquisto agli italiani.

In futuro stime non incoraggianti

L’aspetto più critico evidenziato da questi dati è che in realtà gli stipendi in Italia in media stanno aumentando, ma è l’inflazione a intaccare i potenziali effetti positivi di questo andamento.

Le previsioni economiche di primavera della Commissione europea dicono infatti che «si prevede che le retribuzioni dei dipendenti pro-capite aumenteranno del 3,8% quest’anno e del 3,7% il prossimo in tutta Europa» (rispettivamente +2,5% nel 2022 e + 1,3% nel 2023 in Italia), ma non sarà comunque abbastanza per contrastare il peso inflattivo.

Anzi, secondo le stime preliminari dell’Istat, a maggio 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività registra un aumento dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua - il livello più alto da marzo 1986. Conseguentemente il reddito disponibile reale delle famiglie europee dovrebbe diminuire del 2,8% nel 2022.

Questi dati ci dicono che il problema è di difficile risoluzione. Sappiamo solo dove guardare, ma abbiamo ancora poche risposte d’intervento concreto e la triste consapevolezza che ci sono sempre più lavoratori pagati poco.

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