Trump ha disertato il primo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani del 23 agosto in Wisconsin, ed è pressoché certo che non si presenterà neppure per il prossimo di fine settembre.
La media dei sondaggi curata da Real Clear Politics, una settimana dopo lo “schiaffo” dell’ex presidente al Comitato Nazionale del GOP, che organizza questi meeting, non segnale per ora alcun serio calo del rating degli elettori repubblicani verso Trump e, notizia ancora più deprimente per chi vorrebbe veder emergere una credibile alternativa a Donald, nessuno degli altri candidati ha impressionato al punto di fare un salto significativo nella graduatoria. E l’unico che ha ricevuto una certa attenzione dai media, il 38enne Vivek Ramaswamy, ha soltanto confermato la sua terza posizione dietro Trump e DeSantis, ma contemporaneamente ha costruito di sé l’immagine di un “trumpiano di complemento” pro Putin, con ciò svuotando la ragione di base per cui è sceso in campo. Se uno si allinea a Trump, per esempio dicendo che non manderà altri soldi e altre armi all’Ucraina, perché corre contro di lui e non lo sostiene? Forse, viene facile ironizzare come hanno fatto in molti, e mi ci metto pure io, perché ambisce in realtà a fare il suo vicepresidente, o il ministro di qualcosa? È francamente quello che viene naturale pensare di uno che, da Trump stesso, è stato dichiarato il vincitore del dibattito. Con una successiva allusione al ruolo di delfino.
La corsa tra gli altri candidati, prendendo atto della graduatoria attuale delle preferenze nel GOP, ha infatti senso solo nella misura in cui riesce a selezionare qualcuno che saprà prendere di petto Trump quando la gente andrà alle urne delle primarie che inizieranno tra cinque mesi.
Donald, il 28 agosto, gode ancora della maggioranza assoluta RCP del 53%. DeSantis è in costante slittamento da mesi, ma resta l’unico con un seguito a doppia cifra, il 13%. Gli altri seguono a distanza: Ramaswamy 7,5%; Nikki Haley 5%; Pence 4,7%; Christie 2,8%; Scott 2,7%; Burgum 0,6%; Hutchinson 0,4%; Hurd 0,4%.
È uno scenario stagnante che si trascina da mesi, a tutto vantaggio di Trump. Il quale sta facendo di fatto corsa a sé, visto che tra gli sfidanti prevale la tattica dell’attesa, illusoria, che l’elettorato repubblicano di maggioranza cambi il cavallo su cui sta puntando con decisione, pur in presenza delle vicissitudini legali in cui Trump è coinvolto.
Le incriminazioni, invece di danneggiarlo, stanno al contrario convincendo i Repubblicani a serrare i ranghi e a sostenerlo. E lui risponde come se fosse già il candidato, a cui manca solo la ratifica della Convention del partito tra poco meno di un anno. Non solo: vende le foto segnaletiche di lui in prigione per fare soldi, e ne vende un sacco a riprova del culto della personalità che lo avvolge e sostiene.
Mentre la decina dei concorrenti avversari non sono riusciti a “bucare lo schermo” nel dibattito in TV, e le loro argomentazioni e proposte politiche, quando sono state formulate, hanno avuto il sapore scontato della ortodossia del partito, Trump è tornato sulle barricate della guerra ai clandestini che nel 2016 l’avevano imposto alla curiosità di un pubblico scandalizzato e alle critiche dell’establishment. Sono tutti più o meno corretti, i vari DeSantis, Haley, Pence, Scott, nel promettere sviluppo e crescita economica con gli strumenti collaudati, nel mondo conservatore, della riduzione delle tasse e dei tagli delle regolamentazioni.
DeSantis ha anche presentato nei mesi scorsi un coerente programma di lotta ai clandestini, vantandosi di aver creato una alleanza di sceriffi che gli hanno dato l’endorsement (vedi mio articolo “DeSantis è in pieno stile ‘Law & Order’. 90 sceriffi si schierano con lui” del 3 luglio), ma queste iniziative non hanno aumentato la sua popolarità nel GOP. Hanno, tuttavia, forse preoccupato Trump che si è ricordato d’aver vinto nel 2016 attaccando i clandestini dal Messico, come nessuno aveva fatto prima. Così, di punto in bianco, qualche settimana fa Trump ha fatto arrivare alla stampa il programma anti-immigrati che realizzerà dalla Casa Bianca una volta eletto.
In effetti è una piattaforma scioccante (pubblicata dal sito Axios) , in otto punti, destinata anche nelle prossime elezioni, come fu nel 2016, a monopolizzare pubblico e media. E a sottrarre ossigeno alle proposte sulla immigrazione dei candidati concorrenti.
Eccoli:
1) Trump prevede di introdurre uno screening ideologico a chi chiede, regolarmente va da sé, di diventare cittadino Usa: i candidati saranno sottoposti a una verifica che punterà a escludere i marxisti;
2) Userà la Guardia Costiera e la Marina militare per fare blocchi navali contro gli ingressi illegittimi;
3) Espanderà ad altri paesi la politica del divieto d’ingresso che aveva promosso con la chiusura ai musulmani delle nazioni più a rischio;
4) Intende definire “nemici combattenti esteri” i leader dei cartelli della droga. Per questa via potrà trattarli come terroristi, e ordinare all’esercito di considerarli target di azioni militari in Messico;
5) Cancellare dalla legge il principio della concessione automatica della cittadinanza per chi nasce sul suolo americano;
6) Estendere le boe sul Rio Grande che già ora, in alcuni tratti, ostacolano il passaggio dei clandestini dal Messico;
7) Deportare in fretta dal Paese i membri delle gang, i contrabbandieri e altri criminali, usando una disposizione della legge del 1798, l’Alien Sedition Act, non utilizzata da tempo;
8) Completare il Muro con il Messico aggiungendo 452 miglia di sbarramenti.