In quale partito gli americani hanno più fiducia? Alla domanda, fondamentale per ipotizzare come potrebbero andare le prossime elezioni congressuali e presidenziali del 2024, risponde un recente sondaggio curato da SSRS per la CNN. Il partito Repubblicano risulta il preferito, su base nazionale, rispetto al partito Democratico su tutte le questioni, meno una, sottoposte agli interpellati. Dal sondaggio è emersa anche la graduatoria dell’interesse che i votanti hanno sui temi al centro dell’attenzione dei media, e anche da questa è il GOP a uscire in vantaggio.
L’economia, con il 37% dei voti, è di gran lunga la prima preoccupazione della gente.
A seguire ci sono “le divisioni politiche”, al 16%. La rilevante percentuale di rigetto contro il clima di estrema polarizzazione è ovviamente una critica bipartisan all’atteggiamento dei partiti, e rappresenta la forza del popolo degli indipendenti e dei moderati, classi di elettori che tendenzialmente vanno di pari passo.
Conquistarli dovrebbe essere il primo intento dei candidati, ma si sa che la stagione delle primarie, che inizierà con il primo dibattito televisivo su Fox News tra i Repubblicani il prossimo agosto a Milwaukee (Wisconsin), è sempre un’arena per i più radicali e i militanti. Quindi, almeno fino alla primavera prossima, quando si entrerà nella fase calda delle primarie per decidere chi avrà la nomination nell’estate del 2024, l’America settaria la farà da padrona. E non solo nel GOP ma anche tra i DEM. Infatti, persino Joe Biden, che pure ha la nomination in tasca se gli reggono il fisico e la mente, non ha sollevato il piede dall’acceleratore dell’estremismo normativo, come mostra l’intenzione di estendere la copertura sanitaria, senza voto del Congresso ma per via ministeriale, ai quasi 600mila irregolari (i cosiddetti Dreamers) arrivati minorenni negli USA e “protetti” dal tempo di Obama.
Al terzo posto nelle preoccupazioni, con il 15% - appena sotto il settarismo - gli americani mettono il “crimine e le violenze” che stanno piagando molte metropoli, tutte rette da sindaci Democratici. Una di queste, Chicago, da 11 anni capitale americana degli omicidi - 697 nel 2022 davanti a Filadelfia (516), New York City (438), Houston (435), Los Angeles (382) - è stata scelta pochi giorni fa dal Comitato nazionale Democratico quale sede per la convention Democratica l’anno venturo. Scelta solo bizzarra? O gaffe politica che il GOP sfrutterà?
Agli estremi del ventaglio dei problemi politici ci sono l’immigrazione (con il carico concreto dei 2 milioni e mezzo di nuovi clandestini da quando Biden è alla Casa Bianca) e il global warming (con l’obiettivo quasi-religioso della eliminazione in tempi brevi dell’energia fossile nel solo Occidente capitalistico). Malgrado i toni urlati con i quali i due partiti cavalcano i rispettivi cavalli di battaglia, gli americani li mettono entrambi al quarto-quinto posto, pari merito, con il 7%. Al gradino appena più basso del 6%, al sesto-settimo posto pari merito, ci sono le due questioni della “sicurezza nazionale” (che comprende i temi di politica internazionale, dalla Ucraina alla Cina) e della “giustizia razziale”, un’ossessione della propaganda della sinistra che non scalda più di tanto il cuore della gente.
In questa scala di interessi decrescenti, il sondaggio SSRS-CNN ha comunque evidenziato che i Repubblicani sono considerati i più affidabili nel trattare l’economia, che abbiamo visto essere la questione più calda: il 41% di americani preferisce il GOP, contro il 29% che preferisce i Democratici.
Dodici punti a vantaggio del GOP ci sono pure su chi meglio gestisce la “spesa pubblica”, con il 38% al 26%. E ancora di 12 punti è il distacco tra il GOP e i DEM sul tema “crimine e violenze”: per il 40% contro il 28% i Repubblicani sono ritenuti i più adatti a condurre una politica Law & Order. L’esito non può sorprendere, dopo che per un paio d’anni successivi alla uccisione in Minnesota del nero George Floyd per mano di un agente bianco, in molte città amministrate dal partito Democratico era prevalsa l’assurda idea, messa qua e là in pratica, di togliere i fondi alla polizia.
L’unico argomento che vede il GOP in netta difficoltà è l’aborto: 30% contro il 40% per i DEM. Dalla sentenza della Corte Suprema che un anno fa ha cancellato il diritto ad abortire in quanto non previsto dalla Costituzione, i Repubblicani non hanno saputo propugnare una soluzione moderata, accettabile, per l’esercizio di un diritto che è ormai considerato intoccabile da una maggioranza larga di americani. È rimasto un tabù per una minoranza di Repubblicani, religiosi e intransigenti nella difesa della vita, e influenti: elettoralmente è una posizione che ha già prodotto sconfitte (in Wisconsin, per un seggio della Corte Suprema che ha dato la maggioranza ai DEM) e ne produrrà ancora, se il GOP si farà condizionare in futuro dalla sua ala più rigida, e non offrirà soluzioni legislative di compromesso. Ma il trend pare opposto, per esempio con la nuova legge firmata dal governatore Repubblicano Ron DeSantis in Florida che vieta l’aborto dopo 6 settimane.
Su altri due temi di rilevanza nazionale il partito Repubblicano prevale, ma con margini contenuti: sulla gestione degli “affari internazionali” il 35% contro il 32% preferisce il GOP, e un simile vantaggio, 36% contro 33%, è emerso sulle politiche che toccano i “diritti dei genitori”.
Questo è un argomento inedito. I liberal - soprattutto tra gli attivisti sindacali e gli amministratori dei distretti scolastici - con l’avvento di Joe Biden hanno esagerato nel cercare di imporre due agende radicali nella loro “guerra culturale” pro sinistra. Con la prima, di taglio ideologico, hanno introdotto nelle scuole la CRT, la cosiddetta “teoria critica della razza”. Si tratta di un insegnamento scorretto della storia americana perché si basa su una premessa falsa: la rivoluzione contro il re inglese sarebbe stata motivata - questa la tesi - dalla volontà dei coloni americani di mantenere la schiavitù, e lo sfruttamento degli schiavi sarebbe stato il fondamento della Repubblica e del capitalismo americani. Nessuno storico serio la sottoscrive, anche se il New York Times, che l’ha lanciata, la propugna e ne fa propaganda nelle scuole.
La seconda agenda è volta a introdurre il sesso e le problematiche di genere tra i bambini fin dall’asilo e dalle prime classi delle elementari. L’obiettivo primo è di espropriare le famiglie della loro naturale potestà sulla formazione dei figli nella più tenera eta’, ma il fine reale è di dilatare la campagna della legittima difesa dei diritti degli omosessuali - che sono una realtà accettata da anni nella società USA - all’alfabeto della nuova frontiera dell’intersezionalità identitaria.
I liberal stanno facendo dei transessuali i nuovi “eroi” della Guerra Culturale. Li hanno promossi simboli della pubblicità woke (la Budweiser ha messo l’immagine di un influencer transessuale sulle sue lattine e l’azienda ha perso 5 miliardi di dollari in Borsa in pochi giorni) e pretendono di far competere i maschi trans nelle gare femminili.
La sinistra sta inquinando le battaglie del femminismo e per i diritti degli omosessuali, e antepone ormai la auto-identificazione soggettiva nel genere opposto a quello della nascita alla biologica differenza naturale tra uomo e donna. Lo stesso presidente Biden ha voluto inserire, attraverso una modifica delle regole del ministero della scuola, la ’identità di genere”, scelta soggettivamente dai trans, tra le “diversità” da proteggere, al pari della razza, del sesso e del credo religioso.
Contro questa distorsione del buon senso, in molti distretti scolastici è scattata la reazione delle famiglie. E i “diritti dei genitori” a seguire da vicino l’educazione dei figli, in materia di Storia, di sesso e di transessualità, sono diventati una questione politica a tutto tondo: in molti Stati, a partire dalla Florida, le legislature e i governatori del GOP stanno approvando leggi in proposito.
Il sondaggio della CNN mostra che l’intento dei liberal di imporre i loro programmi woke sta trovando una resistenza tenace. Questo feeling generale nazionale è una buona base di partenza per il GOP. Ma sarà la campagna dei prossimi mesi, con al traguardo la selezione del nome del candidato per il 2024, a trasformarla in un successo o nell’ennesimo flop elettorale dopo l’ultima lontana vittoria del primo Trump nel 2016.