Pagamento dello stipendio in contanti, è possibile?

Claudia Cervi

5 Novembre 2025 - 15:19

Quando è possibile pagare lo stipendio in contanti senza incorrere in sanzioni? Cosa dice la legge e quali sono le eccezioni.

Pagare lo stipendio in contanti è vietato dal 2018, ma la legge lascia ancora qualche margine. Non si tratta di un divieto assoluto, bensì di una regola nata per proteggere i lavoratori e rendere i rapporti di lavoro più trasparenti. Tutto comincia con la Legge di Bilancio 2018, che ha cambiato per sempre le abitudini dei datori di lavoro: niente più buste paga consegnate con il contante in mano, ma solo mezzi di pagamento tracciabili, come bonifici, assegni o carte. In questo modo ciò che il lavoratore legge sulla busta paga è davvero ciò che riceve.

Oggi, il divieto di pagare lo stipendio in contanti resta pienamente in vigore. Tuttavia, ci sono ancora alcuni casi particolari in cui è possibile pagare in contanti senza rischiare sanzioni, purché si rispettino le regole. Conoscere queste eccezioni è importante sia per chi assume sia per chi lavora: un errore, anche in buona fede, può trasformarsi in una violazione costosa.

Pagamenti tracciabili obbligatori: cosa cambia oggi?

Dal 2018 in poi, la retribuzione non può più essere consegnata direttamente “in mano” al lavoratore. La Legge di Bilancio 2018 (articolo 1, commi 910-914) stabilisce che lo stipendio debba passare attraverso una banca o un ufficio postale.

In concreto, il datore di lavoro può pagare lo stipendio con:

  • bonifico sul conto indicato dal lavoratore;
  • assegno bancario o circolare;
  • carta di pagamento o altri strumenti elettronici;
  • pagamento in contanti solo presso la banca o la posta, ma mai direttamente al dipendente.

Nel 2025 non sono state introdotte modifiche sostanziali: resta vietato consegnare lo stipendio “a mano” anche per importi bassi. L’importante è che il pagamento sia tracciabile e verificabile, così da evitare qualsiasi forma di irregolarità.

Un dettaglio spesso dimenticato: la firma sulla busta paga non prova più il pagamento dello stipendio. Serve un riscontro bancario o postale.

A quali contratti si applica il divieto di pagamento in contanti

Il divieto riguarda praticamente tutti i rapporti di lavoro subordinato e parasubordinato, indipendentemente dalla durata o dall’orario. Sono quindi inclusi:

  • contratto di lavoro a tempo indeterminato;
  • contratto di lavoro a tempo determinato;
  • contratto part time o a termine;
  • contratto di apprendistato;
  • collaborazione coordinate e continuative o co.co.co.;
  • lavoro intermittente, accessorio o a chiamata;
  • contratti di lavoro con soci di cooperative;
  • lavori subordinati.

In altre parole, ogni volta che esiste un rapporto di lavoro continuativo o organizzato dal datore, il pagamento deve essere tracciabile.

Se un’azienda paga in contanti, rischia una sanzione da 1.000 a 5.000 euro. E nei casi più gravi (per esempio in presenza di lavoro nero) la multa può aumentare, insieme alle conseguenze contributive e fiscali.

Le eccezioni al divieto: quando lo stipendio in contanti è ancora possibile

Nonostante il divieto sia generale, la legge riconosce alcune eccezioni. Secondo la normativa vigente, si può ancora pagare lo stipendio in contanti in questi casi:

1) Lavoro domestico
Colf, badanti, baby-sitter e addetti ai servizi familiari possono essere pagati in contanti. La norma lo consente, perché si tratta di rapporti particolari, spesso gestiti da famiglie e non da imprese. Tuttavia, è sempre consigliabile effettuare un bonifico o un pagamento elettronico, anche per poter usufruire delle detrazioni fiscali previste per chi assume regolarmente.

2) Collaborazioni occasionali e borse di studio
Chi svolge un lavoro autonomo occasionale, uno stage o riceve una borsa di studio non è un “dipendente” in senso stretto. Per questo la retribuzione in contanti può essere accettata, se prevista dal contratto e se gli importi sono modesti.

3) Rimborsi spese
Un’altra eccezione riguarda i rimborsi spese (per esempio vitto, alloggio o trasferte) che possono essere pagati in contanti, purché documentati con scontrini o ricevute. Diverso invece è il caso delle indennità di trasferta, che fanno parte dello stipendio e devono essere pagate con metodi tracciabili.

Sanzioni e controlli: cosa rischia chi paga in contanti

Le sanzioni per chi paga lo stipendio in contanti restano severe. Oltre alla multa che può arrivare a 5.000 euro, i controlli dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) sono diventati più frequenti e approfonditi.

Anche comportamenti “furbi” (come fare un bonifico e poi chiedere al lavoratore di restituire parte della somma) vengono considerati elusione della legge. In questi casi l’azienda rischia non solo sanzioni amministrative, ma anche contestazioni sul piano contributivo e fiscale.

Per i lavoratori, sapere che la busta paga firmata non equivale a prova di pagamento è fondamentale: in caso di mancata retribuzione, possono rivalersi sul datore e chiedere l’esibizione dei documenti bancari.

Best practice per pagare correttamente lo stipendio

Oggi la tracciabilità dei pagamenti non è più solo un obbligo di legge, ma anche una buona prassi di tutela reciproca. Ecco alcuni consigli pratici per non sbagliare:

  • usare sempre bonifici bancari o carte con IBAN intestate al lavoratore;
  • conservare le ricevute dei pagamenti insieme alla busta paga;
  • evitare il contante anche quando la legge lo consente, per mantenere una documentazione completa;
  • informarsi in anticipo sul tipo di contratto e sul trattamento fiscale delle somme erogate.

Per chi non ha un conto corrente, oggi esistono carte prepagate nominative e soluzioni digitali (come app di pagamento con IBAN) che permettono di rispettare la normativa senza costi eccessivi.

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