Sei un libero professionista in Italia? Il 18% lavora 49 ore o più a settimana

Alberto De Pasquale

02/07/2026

È soprattutto chi lavora in proprio a lavorare più tempo del solito, ma c’è una categoria specifica che fa straordinari pur essendo dipendente: ecco quale.

Sei un libero professionista in Italia? Il 18% lavora 49 ore o più a settimana

Quando in una settimana si lavora per più tempo delle canoniche 40 ore, si inizia a parlare di overworking, o di «superlavoro». In realtà, c’è chi si spinge anche ben oltre questa soglia, arrivando a superare le 49 ore.

Lavorare tanto, anche mentre molti altri «staccano», è una condizione che solitamente riguarda i liberi professionisti, che tendono a stare dietro a telefonate ed email per più ore rispetto ai dipendenti. L’Italia non fa eccezione, ma ha una particolarità interessante.

C’è una categoria di lavoratori che finisce per essere sovrastata da incarichi e da lunghe settimane di lavoro con livelli di coinvolgimento molto simili a quelli sperimentati soltanto da chi lavora in proprio.

Stiamo parlando dei manager dipendenti, spesso di livello intermedio, che di frequente rimangono sommersi dagli straordinari, molto più che nel resto d’Europa, avvicinandosi parecchio agli orari da «stacanovisti» più tipici di chi lavora da libero professionista.

L’overworking

Non deve stupire il fatto che fare straordinari riguardi più di frequente le partite IVA: per forza di cose, hanno più occasioni e interesse a trattenersi in ufficio più a lungo rispetto ai dipendenti, teoricamente più legati a orari e turni precisati nei propri contratti. Eurostat segnala che nel 2025 il 6,9% degli occupati italiani complessivi, senza distinzioni tra liberi professionisti e dipendenti, ha trascorso solitamente 49 ore o più a settimana a lavorare.

In Europa c’è chi fa decisamente di più, come la Grecia, dove la quota è dell’11,6%, ma anche molto di meno, come nel caso della Germania, che si ferma al 4,9%. La media Ue è del 6,2%. Una prima distinzione importante da fare è il genere: in Italia sono soprattutto gli uomini a lavorare per più ore del solito, nel 9,2% dei casi, mentre l’overworking riguarda solo il 3,8% delle lavoratrici.

Una seconda distinzione è legata al coinvolgimento e alla responsabilità del ruolo. Per quelle che Eurostat definisce elementary occupation, il lavoro non qualificato, cioè le attività basate su mansioni semplici e ripetitive e che non richiedono titoli di studio avanzati, il lavoro per 49 ore o più a settimana nel 2025 ha riguardato solo il 2,7% degli occupati in Italia. Sono naturalmente molto di meno rispetto al campione complessivo, ma bisogna sottolineare che in questo caso la media Ue è dell’1,7%.

Nel nostro paese i lavoratori meno qualificati (e sottopagati) finiscono quindi per lavorare molte ore a settimana con più frequenza rispetto a quelli del resto d’Europa. Si tratta di un segnale importante, che però coinvolge anche le figure più di spicco all’interno delle aziende. Nel caso dei manager, infatti, ossia di chi ricopre ruoli dirigenziali e di responsabilità, i lavoratori italiani che si spingono oltre le 49 ore settimanali sono il 15,7%: pure in questo caso a livelli nettamente superiori al confronto con la media Ue, che è del 12,9%.

Gli italiani e il «superlavoro» Gli italiani e il «superlavoro» Quota di occupati che lavorano di solito per 49 o più ore a settimana

Manager vs liberi professionisti

La terza distinzione è quella accennata all’inizio, ossia la differenza tra lavoratori dipendenti e autonomi. I liberi professionisti che in Italia lavorano per 49 ore o più a settimana sono il 18%, a un livello quindi nettamente superiore degli occupati totali (dicevamo, del 6,9%), ma non poi così alto rispetto ai dirigenti che lavorano come dipendenti: tra la quota dei manager che lavorano più del dovuto in un’azienda non propria e quella delle partite IVA che fanno gli stessi orari prolungati c’è una infatti una differenza di appena 2,3 punti percentuali.

Al netto delle differenze tra i ruoli, tra cui il rischio di impresa che resta in capo solo all’imprenditore e al lavoratore autonomo, la vicinanza tra i due mondi è una delle caratteristiche più peculiari del mercato del lavoro italiano: i manager, anche se dipendenti, possono finire per assorbire un carico di ore simile a quello dei lavoratori autonomi, senza però godere degli stessi benefici economici o di autonomia. Il risultato è un paradosso, che prevede un sistema in cui chi ha maggiori responsabilità nei confronti dei vertici aziendali finisce spesso per lavorare con ritmi da lavoratore in proprio, ma senza avere margini di manovra.

Lo stress del middle management

Di recente il carico di lavoro dei manager di livello intermedio è finito sotto la lente della ricerca «Middle management: un ruolo in trasformazione» (realizzata da Asfor e Inaz con la collaborazione del Gruppo Summit). In base allo studio, sono soprattutto i dirigenti tra i 40 e i 50 anni quelli più esposti a stress e pressioni organizzative da parte delle aziende, a causa di una sorta di «schiacciamento» tra i massimi vertici aziendali da una parte e i team operativi dell’altra.

Pur essendo la spina dorsale del sistema produttivo, il middle management spesso finisce per subire aspettative eccessive e responsabilità piene per i risultati, a fronte però di un’autonomia limitata e scarsi riconoscimenti, visto che in molti casi vengono attribuiti a chi sta più in alto nell’organigramma.

Mentre la media europea vede solo il 12,9% dei manager alle dipendenze lavorare orari molto lunghi, il fatto che in Italia la quota sale al 15,7% è una conferma che nel nostro paese il superlavoro manageriale non è solo un fenomeno degli autonomi o degli imprenditori, ma riguarda in misura significativa anche chi è assunto come dipendente. Si tratta di un possibile segnale di inefficienza organizzativa: tante responsabilità concentrate su poche figure, poca delega ed eccessiva cultura «della presenza», più che dei risultati.

Fonte:

Eurostat