Secondo Morgan Stanley il sale sarà il nuovo petrolio

Alessandro Nuzzo

30 Giugno 2026 - 22:45

Il sale da cucina, quello che troviamo in ogni dispensa, potrebbe diventare una delle materie prime più strategiche del prossimo decennio.

Secondo Morgan Stanley il sale sarà il nuovo petrolio

Il sale da cucina, quello che troviamo in ogni dispensa, potrebbe diventare una delle materie prime più strategiche del prossimo decennio. È la previsione di Morgan Stanley, che in un report firmato dall’analista Jack Lu definisce l’era nascente delle batterie al sodio come una «nuova era del petrolio». Una definizione che non è soltanto uno slogan a effetto, ma riflette stime di crescita molto concrete.

Le batterie sodium-ion stanno emergendo come la principale alternativa alle onnipresenti batterie al litio, soprattutto per le auto elettriche economiche e per l’accumulo energetico sulla rete elettrica. Il vantaggio di partenza è semplice: il sodio è uno degli elementi più abbondanti sulla Terra, presente anche nel comune sale da cucina, mentre il litio è più raro, costoso e la sua estrazione è concentrata in pochi Paesi. Le batterie al sodio costano tra il 30% e il 40% in meno rispetto a quelle al litio-ferro-fosfato, le cosiddette LFP, sono molto più stabili dal punto di vista termico, riducono drasticamente il rischio di surriscaldamento o incendio e mantengono buone prestazioni anche a temperature di -20 °C, dove le batterie al litio perdono gran parte della loro efficienza.

Il limite principale resta la densità energetica più bassa: gli atomi di sodio sono più grandi e pesanti di quelli del litio, quindi, a parità di peso e dimensioni, una batteria al sodio immagazzina meno energia. Per questo non le vedremo a breve negli smartphone o nei laptop, ma possono essere particolarmente adatte all’accumulo su rete elettrica, dove spazio e peso non rappresentano un problema, mentre costo e sicurezza sono fattori decisivi.

Batterie al sodio, dal 2% al 37% entro il 2035

Secondo le proiezioni della banca, le batterie al sodio rappresenteranno solo il 2% del mercato globale delle batterie nel 2027, ma quella quota potrebbe salire al 20% entro il 2030 e al 37% entro il 2035. In termini assoluti, il mercato dovrebbe raggiungere 830 gigawattora entro il 2030 e 2,4 terawattora entro il 2035, trainando nuovi investimenti per quasi 800 miliardi di dollari nel decennio. «In un mondo sempre più guidato dall’AI e ad alta intensità energetica, le batterie al sodio affrontano un collo di bottiglia critico, dove la sicurezza energetica incontra l’intelligenza artificiale», scrive Lu nel report.

Tra i pionieri dell’adozione, Morgan Stanley individua General Motors, che attraverso una partnership con Peak Energy ha ottenuto diritti esclusivi di produzione negli Stati Uniti per le batterie sodium-ion di nuova generazione, con un’opzione aggiuntiva per concedere la produzione in licenza a terzi. GM punta ad avviare il dispiegamento in progetti di accumulo su scala di rete dopo il 2028.

Non solo GM: il produttore cinese CATL ha già annunciato che diecimila veicoli elettrici monteranno pacchi batteria al sodio nel 2026, mentre BYD ha presentato batterie sodium-ion con una durata di 10.000 cicli di ricarica, contro i 1.500-3.000 cicli tipici di molte tecnologie attuali.

Morgan Stanley, però, non nasconde le incognite. Lo scenario più prudente individua nel costo il vero ostacolo: perché il mercato decolli davvero, i prezzi delle batterie dovranno scendere di un ulteriore 36%, un obiettivo che richiederà di abbattere il costo di molti componenti chiave. La banca prevede inoltre un processo di consolidamento del settore, in cui le alternative basate sul sale potrebbero sostituire i piccoli fornitori di batterie al litio che competono solo sul prezzo, mentre la quota di mercato si concentrerà nelle mani dei grandi player, a partire da CATL.

Resta il fatto che, per la prima volta da anni, una materia prima tanto comune quanto il sale viene messa sullo stesso piano strategico del petrolio. Una previsione che, se confermata, potrebbe ridisegnare gli equilibri geografici dell’energia, spostando il potere contrattuale lontano dai Paesi ricchi di litio e verso chi controlla le riserve di sodio e le infrastrutture necessarie per lavorarlo.

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