L’elettorato turco domenica si è recato alle urne per scegliere chi sarà il nuovo presidente. La sfida serratissima tra l’attuale leader della Turchia Recep Tayyip Erdogan, al potere da 20 anni, e Kemal Kilicdaroglu, candidato d’opposizione che persegue l’obiettivo dichiarato di ristabilire i rapporti del Paese con l’UE e l’Occidente, si conclude con la necessità di un ballottaggio. Oltre il 91% degli aventi diritto si è recato alle urne.
A scrutinio quasi concluso Erdogan sembrerebbe aver conquistato il 49,4% delle preferenze, mentre il socialdemocratico Kilicdaroglu si sarebbe assicurato il 44,96% dei voti. Il ballottaggio, salvo modifiche, è fissato per il 28 maggio.
Cosa succede se il presidente Erdogan dovesse vincere (ancora) le elezioni? Gli scenari futuri, per quanto imprevedibili, puntano verso l’instaurazione definitiva di una dittatura in Turchia.
Il ruolo (cruciale) della Turchia nel panorama internazionale
Come ricordava The Economist a inizio anno, la Turchia vanta il secondo esercito più grande tra i membri della NATO e sono diversi i suoi coinvolgimenti - più o meno attivi - in molti conflitti a livello internazionale: in Siria, per iniziare, ma anche nei Balcani occidentali, ad Est del Mediterraneo e persino in Africa. Svolge un ruolo cruciale anche nella guerra tra Ucraina e Russia e tra i porti del Mar Nero - la Turchia di Erdogan un anno fa si è fatta mediatrice nello sblocco delle spedizioni del grano ucraino.
Per questo motivo l’esito del ballottaggio in Turchia il prossimo 28 maggio dovrebbe importare su scala globale. Erdogan e le sue decisioni appaiono sempre più instabili e il Paese - la democrazia più simile alla dittatura che esista oggi al mondo - è sull’orlo del disastro.
Turchia: Erdogan arriverà alla dittatura?
Erdogan una volta ha paragonato la democrazia a un viaggio in tram: quando arrivi a destinazione, scendi.
Da quando è salito al potere, il percorso del presidente verso un’autocrazia è stato lungo, graduale e inesorabile.
Dopo 11 anni da primo ministro è stato eletto presidente e ha deciso di trasformare tale incarico, precedentemente relegato quasi totalmente ad un ruolo di rappresentanza, in uno a dir poco dominante.
Successivamente al fallimento del colpo di stato nel 2016, Erdogan ha fatto licenziare o arrestare decine di migliaia di dipendenti, per lo più pubblici, cooptando le istituzioni e castrando l’opposizione.
La maggior parte dei media nazionali si sono trasformati in uno strumento di propaganda di Stato. Ha fatto arrestare i rappresentanti dell’opposizione, tolto i poteri alla magistratura, censurato Internet.
Chi gli è vicino è spaventato, troppo impaurito per evidenziare come la Turchia sia ormai sull’orlo della dittatura. Ed oggi l’eccentricità di Erdogan si sta facendo sempre più prorompente ed evidente. Ha imposto l’orientamento della politica monetaria alla banca centrale nazionale, che dovrebbe essere indipendente, ai fini di combattere il rialzo dell’inflazione - ad oggi al 64%, soprattutto a causa del presidente.
La popolazione si è accorta che tante, troppe cose non vanno. È arrivata all’esasperazione, tanto da attribuire ben il 44,96% delle preferenze allo sfidante socialdemocratico di Erdogan, Kilicdaroglu, alle elezioni della scorsa domenica.
Ma che l’opposizione, finalmente unita, riesca a sconfiggere Erdogan al ballottaggio, scongiurando il destino che vede la Turchia cadere definitivamente in una dittatura, è ancora tutto da vedere.
Nessuno vuole Erdogan come nemico
Per arginare quella che oramai appare una dittatura scontata qualora Erdogan vincesse al ballottaggio è necessario che l’Unione Europea e gli Stati Uniti smettano di avere paura.
Troppo spesso ci si è trattenuti dal criticare Erdogan per paura di inimicarsi un alleato sì problematico, ma anche fondamentale.
Le conseguenze di un isolamento totale di Erdogan in primis, e Turchia poi, sarebbero catastrofiche: le contese dei mari con Grecia e Cipro potrebbero arrivare al conflitto armato, in Siria la situazione potrebbe crollare, Erdogan potrebbe permettere ai rifugiati in territorio turco - ben 5 milioni di persone - di partire verso l’Europa, potrebbe abbandonare la sua neutralità nella guerra Ucraina-Russia (al momento la Turchia non sta offrendo sostegno all’Ucraina, nonostante sia un membro NATO - e, infine, potrebbe bloccare l’adesione alla NATO da parte di Svezia e Finlandia, come ricorda The Economist.
L’unico freno all’implementazione totale di una dittatura da parte di Erdogan appare essere lo stato dell’economia del Paese. Il presidente da tempo desidera fortemente l’implementazione di una nuova unione doganale con l’UE, che tanto potrebbe stimolare la crescita turca.
È essenziale poi tornare a stimolare gli investimenti esteri diretti, ai minimi storici a causa della degradazione economia che caratterizza il Paese oggi. Serve sostegno alla produttività, neanche lontanamente al passo con i tempi, e armi ed aerei statunitensi.
Quale sarà l’esito dell’attesissimo ballottaggio? L’imprevedibilità di Erdogan riuscirà ancora una volta a sconvolgere il mondo intero, portando la Turchia definitivamente all’interno di una dittatura?