Ray Dalio ha detto ad alta voce quello che i mercati sussurrano da settimane.
Lo Stretto di Hormuz non è solo una questione di petrolio: è la partita che deciderà se il dollaro resta il re del mondo.
E il tuo portafoglio è seduto esattamente in mezzo al tavolo. Perché queste parole riguardano chiunque investa anche in USA?
Hormuz: non è una crisi energetica, è una crisi di potere
Il dato quantitativo che circola più frequentemente nelle analisi sullo Stretto di Hormuz è quello relativo ai volumi di petrolio che vi transitano ogni giorno: circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio, una quota sufficiente, in caso di blocco prolungato, a innescare uno shock energetico globale di proporzioni difficilmente gestibili. Ma Dalio non si ferma a questo livello di lettura, e sarebbe un errore farlo anche noi. Il petrolio è la variabile più visibile e più immediata, ma non è il vero oggetto del contendere in questa partita. Il vero oggetto è la percezione globale del potere, ovvero la capacità di una potenza dominante di garantire la libertà di navigazione e di commercio nelle infrastrutture critiche del pianeta, e di farlo in modo credibile, continuativo e senza contraddizioni.
Il precedente che Dalio non cita per caso
Dalio richiama esplicitamente la crisi del Canale di Suez del 1956 come momento storico di riferimento, e non lo fa per erudizione accademica. Quel momento rappresenta uno dei casi più studiati nella storia della geopolitica finanziaria: il momento in cui una potenza dominante, il Regno Unito, si trovò incapace di garantire il controllo su un’infrastruttura commerciale cruciale senza il sostegno degli Stati Uniti, e in cui quella incapacità fu immediatamente letta dal resto del mondo come il segnale di un declino che era già in corso ma che fino a quel momento era rimasto nell’ombra.
Il meccanismo di trasmissione fu rapido e preciso: capitali, alleanze e fiducia si riallocarono in modo accelerato verso chi appariva più solido, più credibile, più capace di proiettare potere in modo sostenibile. La sterlina britannica perse terreno come valuta di riserva globale in modo irreversibile. Non in un giorno, non in un mese, ma il processo fu avviato da quel momento e non si fermò più. La storia non si ripete meccanicamente, ma tende a seguire schemi che chi conosce i cicli riconosce con una chiarezza che chi vive solo nel presente non riesce ad avere. E questo schema, secondo Dalio, assomiglia a qualcosa che merita di essere preso molto sul serio: gli Stati Uniti, esattamente come il Regno Unito nel 1956, si trovano in una condizione finanziaria sovraestesa, con un debito pubblico che ha raggiunto livelli strutturalmente difficili da sostenere, e con una serie di impegni globali che richiedono risorse che il bilancio federale fatica sempre più a garantire. Una sconfitta su Hormuz, in questo contesto, non sarebbe solo un episodio diplomatico e militare. Sarebbe il segnale che amplifica tutto il resto.
Cosa rischia davvero il dollaro
Se Washington non riesce a garantire la libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz in modo credibile e continuativo, il segnale che arriva ai mercati globali è molto specifico: si tratta di un segnale che storicamente produce vendite di titoli di Stato americani da parte degli investitori stranieri e un indebolimento del dollaro rispetto ai beni rifugio tradizionali, in primo luogo l’oro.
Ma c’è un elemento aggiuntivo che rende questa dinamica potenzialmente più acuta rispetto ai precedenti storici: l’Iran sta già attivamente spingendo per l’utilizzo dello yuan cinese nelle transazioni petrolifere, mettendo in discussione il sistema del petrodollaro, ovvero l’accordo informale ma strutturale che da cinquant’anni lega il commercio globale di petrolio alla denominazione in dollari americani. Se una quota anche solo marginale degli scambi petroliferi mondiali inizia a essere regolata in valute diverse dal dollaro, il fabbisogno globale di dollari come valuta di riserva si riduce, e con esso la domanda strutturale di titoli di Stato americani da parte degli investitori stranieri. La domanda che Dalio lascia sospesa, ma che ogni investitore dovrebbe cercare di rispondere, è questa: se il dollaro perde terreno come valuta di riserva globale, dove vanno i capitali? E soprattutto, dove smettono di andare?
La risposta che emerge dall’analisi di Dalio è precisa: l’oro è il beneficiario diretto e logico di uno scenario di frammentazione monetaria. Non per una previsione arbitraria, ma perché è sempre stato così nelle fasi storiche in cui la fiducia nelle valute fiat dominanti si è erosa: il capitale cerca un ancoraggio che non dipenda dalla credibilità di nessun governo e di nessuna banca centrale.