Sbagliare (quasi) sempre e guadagnare lo stesso: il segreto dei migliori investitori

Sal da Rendite Passive

16/05/2025

Nel mondo degli investimenti, esiste una verità che ridimensiona tutte le altre: il successo non dipende tanto dall’avere ragione, quanto da come si reagisce quando si ha torto.

Sbagliare (quasi) sempre e guadagnare lo stesso: il segreto dei migliori investitori

Questo è il cuore di un libro tanto snello quanto efficace: «The Art of Execution» di Lee Freeman-Shor.
Poco conosciuto al di fuori di una nicchia di investitori professionali, racchiude lezioni preziose per chiunque voglia gestire il suo denaro in maniera più sofisticata.

Cosa ha fatto Lee Freeman-Shor?

Freeman-Shor ha avuto un’opportunità rara. Lavorando per Old Mutual Global Investors, ha potuto allocare capitali a 45 tra quelli che considerava i migliori gestori al mondo.
Per sette anni ha tracciato ogni loro operazione, raccogliendo dati su oltre 30.000 transazioni.
Il risultato?
Questi investitori d’élite hanno chiuso in perdita più della metà delle loro operazioni.

Sì, hai letto bene: oltre il 50% delle loro operazioni hanno generato perdite.

Eppure, quasi tutti hanno realizzato profitti consistenti nel tempo.

Com’è possibile? La risposta è: l’esecuzione.

Molti investitori privati si concentrano ossessivamente sulla scelta del titolo giusto, come se individuare il nuovo Apple o Amazon fosse tutto ciò che conta.
I professionisti, invece, sanno che l’elemento cruciale è ciò che accade dopo l’acquisto. La differenza la fanno la gestione dei guadagni, la limitazione delle perdite e il dimensionamento delle posizioni. In altre parole: vincono non solo perché scelgono bene, ma perché sanno come agire.

Uno degli errori più comuni tra i privati è non avere un piano per quando le cose vanno male.

Si compra con entusiasmo e si tiene duro quando il titolo scende, sperando in un recupero. I professionisti, al contrario, applicano un protocollo chiaro.
Freeman-Shor descrive un sistema in cui si investe una prima parte del capitale su un titolo. Se scende del 20%, si prende una decisione: vendere o rafforzare la posizione. Se scende ancora, e solo se le ragioni per cui abbiamo comprato sono ancora tutte valide, si ripete la scelta. Restare fermi non è contemplato.

Questa disciplina è controintuitiva, ma trova riscontro nei dati. Solo una piccola parte dei titoli che perdevano oltre il 40% si riprendevano davvero. Affidarsi alla speranza, quindi, non è una strategia. Accettare una perdita controllata e andare avanti si è rivelato molto più efficace.

Altro comportamento chiave emerso dallo studio: la gestione dei titoli vincenti.

È fortissima la tentazione di «prendere profitto» presto. Vedere un +15% o +20% fa piacere, e vendere dà sollievo. Ma i migliori investitori resistono a questo impulso. Lasciano correre i titoli buoni. Il loro successo non dipende da un alto tasso di vittorie, ma da pochi grandi guadagni che compensano una moltitudine di piccole perdite.

Questo ci porta a un altro concetto decisivo: la concentrazione del portafoglio.
I gestori con le migliori performance tendevano a puntare forte sulle idee in cui credevano di più. La diversificazione ha il suo ruolo, certo. Ma un’eccessiva dispersione diluisce sia i rischi che i rendimenti. I top performer dello studio avevano pochi titoli e li seguivano da vicino. I loro cinque titoli principali superavano ampiamente il mercato. I rendimenti complessivi erano spesso ridotti dalle posizioni secondarie.

Questo approccio contrasta con quello di molti investitori retail, che costruiscono portafogli con 30 o 40 titoli scelti da articoli, forum o impulso. Senza convinzione e senza strategia, questi portafogli spesso mancano di direzione e risultati.

Vale la pena notare che questo stile concentrato è più comune nella cultura americana dell’investimento, dove figure come Warren Buffett e Charlie Munger sostengono da sempre l’idea di puntare su poche aziende eccellenti con convinzione e pazienza.
In Europa, invece, l’influenza normativa e istituzionale spinge verso una maggiore diversificazione, spesso a scapito dei rendimenti. In Giappone, la cultura conservativa porta spesso a una gestione ultra prudente, con alta liquidità e portafogli difensivi che privilegiano la preservazione del capitale rispetto alle opportunità.

Naturalmente, il dimensionamento e la concentrazione del portafoglio devono riflettere le circostanze personali. Un pensionato di 65 anni e un trentenne che lavora in una startup avranno tolleranze al rischio molto diverse. La chiave non è applicare lo schema altrui, ma capire i principi e adattarli.

Lo studio di Freeman-Shor non pretende di offrire verità eterne. Copre un periodo di sette anni, non tre cicli di mercato completi. Ma il messaggio di fondo è solido: l’esecuzione, non la selezione, distingue l’investitore costante da quello fortuito.

Cosa significa tutto questo per l’investitore privato?

Significa che servono regole. Serve un processo. E soprattutto, serve accettare che sbagliare non è fallire. Il vero errore è non agire.

Ecco alcuni principi del libro, reinterpretati per chi investe per conto proprio:

Pensa per scenari. Prima di acquistare, chiediti: cosa farò se scende del 20%? E se sale del 50%? Avere risposte pronte riduce il panico quando il mercato si muove.

Dimensiona le posizioni in modo intenzionale. Non investire cifre uguali su ogni idea. Dai più peso a ciò che conosci e in cui credi davvero. Non è azzardo, è strategia.

Tieni traccia di tutto. Annota cosa compri, perché lo fai, qual era il tuo piano e cosa è successo davvero. Rivedilo periodicamente. La memoria è fallace, non affidarti solo a quella.

Rispetta l’inattività. Che il mercato sia aperto non significa che tu debba agire ogni giorno. Ma quando lo fai, fallo con decisione.

Definisci le regole di uscita prima di entrare. Quando venderai? A un certo prezzo? Se cambiano i fondamentali? Dopo quanto tempo? L’incertezza genera errori. La chiarezza ti protegge.

La forza delle intuizioni di Freeman-Shor è nella loro accessibilità. Non servono milioni, né un dottorato in finanza. Serve umiltà, disciplina, e la volontà di trattare l’investimento come un mestiere da affinare, non una scommessa da vincere con un colpo di fortuna.

In un mondo che celebra i consigli caldi e le previsioni azzardate, «The Art of Execution» ci ricorda qualcosa di molto più solido: come gestisci le perdite, come cavalchi i successi e come distribuisci il rischio conta più di qualsiasi titolo singolo.

E questa, forse, è la verità più sottovalutata di tutto il mondo degli investimenti.