Il ruolo delle zone economiche speciali per la difesa del sistema economico nazionale nell’emergenza Covid-19

Maurizio D’Amico

24 Novembre 2020 - 14:37

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L’incapacità di salvaguardare la propria competitività a livello internazionale non esponga al rischio di non sapere tutelare la permanenza di un rapporto di interdipendenza «alla pari» del nostro Paese con gli altri Stati.

Il ruolo delle zone economiche speciali per la difesa del sistema economico nazionale nell'emergenza Covid-19

Nella «Relazione sulla tutela degli asset strategici nazionali nei settori bancario e assicurativo» approvata il 5 novembre scorso dal Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), vengono analizzati possibili scenari di esposizione del Sistema Paese ad evidenti rischi di speculazioni internazionali, in relazione a determinate operazioni di acquisizione da parte di soggetti esteri di comparti finanziari essenziali nazionali.

La specificità del tema oggetto della Relazione che riguarda la tutela della strategicità di interessi nazionali focalizzati sui settori bancari e assicurativi, non impedisce di allargare il discorso al più generale argomento dell’aumento del rischio, a causa delle conseguenze economiche determinate dall’emergenza COVID-19, di penetrazioni da parte di soggetti esteri all’interno del sistema economico nazionale, in maniera tale da pregiudicare l’indipendenza rispetto a Paesi stranieri di ulteriori settori economici, produttivi e finanziari, nevralgici per la salvaguardia della stabilità politica ed economica dell’Italia.

Infatti l’innalzamento del livello di attenzione è conforme a quanto è evidenziato dal Comitato nelle parte finale della Relazione, in cui emergono «preoccupazioni in ordine a possibili strategie di penetrazione di operatori di nazionalità straniera nell’ambito di settori di rilevanza strategica per la sicurezza del Paese (telecomunicazioni, aerospazio, industria della difesa, energia), tali da meritare la prosecuzione di una specifica attività di approfondimento, analogamente a quella effettuata nei confronti del settore bancario, finanziario ed assicurativo».

Parallelamente si evidenzia la circostanza della creazione, come effetto della pandemia, di riassetti e di nuovi equilibri a livello globale. Ad esempio, come percepito nella Relazione, alcune rilevanti conseguenze si stanno verificando «sia sulle gerarchie del sistema politico internazionale, sia sulle interdipendenze tra nazioni (con i relativi assetti), nonché sulla stessa struttura del sistema produttivo capitalistico, con uno spostamento sempre più marcato dal mondo della manifattura industriale a quello del digitale, che genera da un lato crisi produttive e industriali e dall’altro un’impennata dei profitti e della liquidità disponibile per i «giganti del web»».

Tale argomento si collega all’altrettanto attuale tema del miglioramento dell’efficacia e della competitività delle Zone Economiche Speciali e di altre similari Zone Franche «di eccezione» di nuova generazione che sinora in Italia hanno stentato un effettivo decollo.

Soprattutto in questo particolare momento di incertezza economica per l’intero sistema produttivo nazionale, parallelamente all’iniezione di liquidità attraverso le misure del Recovery Fund, è importante il ricorso ad una maggiore implementazione di strumenti di accelerazione dello sviluppo economico e sociale quali sono appunto le Zone Economiche Speciali e, in generale, la macrocategoria delle Zone Speciali.

La molteplicità dei benefici e delle finalità che possono essere realizzate con le zone economiche speciali, e che includono, fra gli altri, l’attrazione di investimenti diretti esteri, la diversificazione economica e la riqualificazione industriale, la crescita delle esportazioni, la creazione di posti di lavoro, la generazione di entrate governative aggiuntive, l’aumento del PIL nazionale, lo sviluppo regionale, l’equilibrio di genere, il miglioramento della qualità del lavoro, la protezione ambientale, richiedono un’attenzione maggiore a livello nazionale verso tali strumenti, in un contesto internazionale avente un orizzonte quanto mai difficile da decifrare, in relazione alla forte recrudescenza in atto della pandemia da COVID-19.

Tuttavia in tale incertezza, un dato inconfutabile è che soltanto la realizzazione di regimi territoriali concretamente business-oriented, può rappresentare la chiave di volta per soddisfare le specifiche esigenze delle imprese e per consentire di passare da una fase di deficit ad una fase di surplus nel minor tempo possibile, con conseguenti impatti positivi per i lavoratori e le famiglie.

In particolare la diversificazione economica assume un ruolo centrale per contrastare gli effetti economici negativi prodotti dalla pandemia. A tale riguardo rileva quanto dichiarato nel comunicato ufficiale del G20 Trade and Investment Ministers Meeting del 22 settembre 2020 proprio focalizzato anche sulle ZES: «La diversificazione economica riduce la vulnerabilità agli shock economici e rimane un obiettivo importante per tutti i paesi, in particolare i paesi in via di sviluppo e meno sviluppati. L’impatto economico e sociale della pandemia COVID-19 ha sollevato il nostro senso di urgenza nel lavorare per affrontare le debolezze strutturali e aumentare la resilienza e la sostenibilità delle nostre economie e delle nostre catene di valore, tra l’altro attraverso strutture di produzione e commercio più diversificate. A questo proposito, riconosciamo che il commercio di servizi e zone economiche speciali potrebbe favorire la diversificazione economica».

La poliedricità di interessi pubblici (soprattutto quelli economici nazionali) implicati, comportando il coinvolgimento diretto o indiretto ratione materiae di plurime Istituzioni dello Stato, avvalora ancor di più l’opportunità di un approccio centralizzato nella governance di tali strumenti in ragione della sua adeguatezza a tutelare più efficacemente i plurimi e variegati interessi pubblici e della collettività coinvolti nello specifico settore, nonché ad assolvere ad una necessaria funzione di sintesi fra essi. Ciò rileva ancor di più considerando la precitata esposizione del sistema economico nazionale ad essere oggetto di possibili rischi di speculazioni internazionali condotte da soggetti esteri che potrebbero approfittare della maggiore necessitata propensione del Paese a catalizzare investimenti diretti esteri per far fronte alle dolorose conseguenze economiche provocate dalla pandemia.

Inoltre ciò sarebbe coerente con l’esigenza, evidenziata dal Comitato nella Relazione (sia pur senza lo specifico riferimento alle zone economiche speciali), di un «ruolo più incisivo che le istituzioni dovrebbero assumere nel coordinamento e nel controllo dei processi e delle strategie in campo economico e finanziario».

Già da molti anni alcuni Stati europei e soprattutto numerosi Stati extraeuropei, comprendendo l’utilità di tali strumenti, hanno realizzato molte ZES e Free Zones di nuova generazione, consentendo ai rispettivi Sistemi Paese di avere una competitività molto elevata, in modo particolare sul piano della capacità di catalizzazione di FDI.

L’Italia soltanto oltre tre anni fa ha provveduto a colmare tale forte ritardo normativo rispetto al contesto internazionale. Tuttavia i risultati in termini di sviluppo economico, come unanimemente riconosciuto, sinora sono stati oggettivamente fallimentari.

Peraltro la strategia di cui adesso il Paese ha bisogno per il suo rilancio e per essere veramente competitivo dovrebbe essere imperniata sull’implementazione sul piano nazionale di tali eccezionali drivers di accelerazione dello sviluppo, attraverso un single/comprehensive approach declinato attraverso un sistema di Zone Economiche Speciali “di Salvaguardia” dell’intero patrimonio produttivo nazionale che è in grave pericolo, anche in relazione a possibili rischi di speculazioni internazionali.

Il ricorso ad una strategia endogena di accelerazione dello sviluppo economico nazionale imperniata sul concetto di Zona Economica Speciale «di Salvaguardia» del patrimonio e dell’economia nazionale, comporta l’enfatizzazione dell’obiettivo della difesa della competitività commerciale ed economica del Sistema Paese attraverso la creazione di regimi normativi ed infrastrutturali business-oriented, rispetto all’unico obiettivo della promozione del cluster produttivo del Paese.

L’utilizzo in maniera funzionalmente più avanzata delle ZES e la strutturazione della loro governance a livello di Istituzioni centrali del Paese, con possibilità di assolvere adeguatamente anche a funzioni di intelligence finanziaria, costituiscono una strategia assolutamente necessaria per evitare possibili interventi speculativi a livello mondiale contro l’economia nazionale (si pensi, ad esempio, all’opportuna cautela che dovrebbe essere usata nell’ipotesi di investimenti istituzionali realizzati con fondi sovrani da parte di un Paese straniero in settori infrastrutturali chiave per lo sviluppo delle Zone Economiche Speciali italiane ancora in una delicata fase di start-up).

Inoltre tale approccio, sarebbe utile per la difesa dalle strategie di Paesi chiave a livello internazionale come Russia, Turchia, Cina e Corea del Sud, nonché in Europa, soprattutto la Spagna, il Regno Unito (con i piani strategici post BREXIT), i paesi dell’Europa dell’Est capitanati dalla Polonia, ed, infine in ambito extra UE, i Paesi della penisola arabica che delle ZES di ultimissima generazione stanno facendo un programma di crescita e di aggressione del mercato, intercettando gli investimenti che non trovano, in Paesi come l’Italia, quel motivo di attrazione in grado di catalizzare capitali produttivi.

In tutte le parti del mondo le ZES da vari decenni hanno raggiunto un grado evolutivo di natura funzionale che le ha proiettate in una fase storica in cui accanto ad un’accezione esclusivamente economica e commerciale, esistono molteplici modelli in cui esse abbandonano una mera dimensione economica per acquisire anche una dimensione geopolitica. Come ha affermato P. Khanna, «oggi non è l’ideologia, ma la promessa di accesso privilegiato a risorse e infrastrutture a plasmare l’azione geostrategica».

Infatti la proliferazione di tali strumenti soprattutto dopo l’inizio del nuovo millennio, si collega anche al consolidamento di strategie di espansione geopolitica attraverso casi di penetrazione geoeconomica, condotte da alcuni Paesi mediante programmi di creazione di zone economiche speciali c.d.«offshore». Verso la fine degli anni ’90 del secolo scorso, è stata realizzata oltre una dozzina di parchi industriali singaporeani in Indonesia, Vietnam e Cina da società collegate al governo di Singapore.

In virtù del programma Overseas Economic and Trade Cooperation Zones (COCZs) varato nel 2006, in base ai dati del Ministero per il Commercio cinese, attualmente lungo la Belt and Road Initiative (BRI) risultano operative venti ZES, di cui una nell’Asia meridionale, quattro nell’Asia Centrale, due in Ungheria, quattro in Africa, quattro nella Federazione Russa e sette nell’Asia sudorientale. Se si considerano pure i parchi industriali, realizzati anche grazie a investimenti privati cinesi, esistono attualmente oltre ottanta siti collegati alla BRI, localizzati in Asia, Medio Oriente, Europa e Africa.

Tra i più recenti casi di «overseas zones» vi sono quelli del Giappone e della Federazione Russa: il primo, in base ad un accordo concluso nel 2014 è finalizzato alla creazione di dodici "Japan Industrial Townships” in India per catalizzarvi gli investimenti di PMI giapponesi; il secondo, in base ad un accordo sottoscritto con il governo egiziano nel 2018, ha come obiettivo la realizzazione di una Zona Industriale Russa nella Suez Canal Economic Zone.

Da tale panorama internazionale si evince l’assunto che continuare a dotarsi di ZES non efficienti, né dal punto di vista della forma di governance prescelta né da quello della concretezza in termini di appeal delle misure agevolative e dei benefici offerti ai potenziali investitori, contribuisce a non permettere di difendere adeguatamente il Sistema Paese dalle iniziative di competitors aggressivi e in continua espansione.

Tale circostanza, già ordinariamente pregiudizievole per il Sistema Paese, di fronte all’emergenza pandemica in atto, rischia di determinare conseguenze ancor più gravi all’economia nazionale: per questo motivo è imprescindibile il ricorso ai precitati strumenti che, tarati e predisposti per l’accelerazione dello sviluppo economico, a garanzia dell’espansione occupazionale e della tutela delle eccellenze produttive nazionali, costituiscono una delle soluzioni principali per la difesa di un’economia in tempi difficili.

Infine un auspicio che allo stesso tempo è un monito: l’incapacità di salvaguardare la propria competitività a livello internazionale non esponga al rischio di non sapere tutelare la permanenza di un rapporto di interdipendenza «alla pari» del nostro Paese con gli altri Stati.

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