Rifiuti radioattivi: +9% in 10 anni ma il Deposito nazionale non arriverà prima del 2039

Alberto De Pasquale

14/09/2025

In dieci anni le scorie, in gran parte ancora da trattare, sono aumentate di quasi il 9%. Intanto per smantellare le vecchie centrali servono altri trent’anni.

Rifiuti radioattivi: +9% in 10 anni ma il Deposito nazionale non arriverà prima del 2039

Mentre non è ancora chiaro dove metterli, in Italia i rifiuti radioattivi, al momento stoccati in depositi temporanei, continuano a crescere. Secondo le più recenti stime dell’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, al 31 dicembre 2023 erano presenti complessivamente in Italia 32.663,1 metri cubi di rifiuti radioattivi, in gran parte ancora da sottoporre a processi di trattamento e condizionamento per renderli idonei al trasferimento nel futuro Deposito nazionale. In dieci anni, dal 2013 al 2023, sono aumentati di quasi il 9%, in conseguenza delle attività mediche, industriali e di ricerca. Ma non sono le uniche scorie.

Sempre più rifiuti radioattivi ma manca lo spazio

A queste, in futuro, si aggiungeranno infatti anche i rifiuti generati dalle operazioni di smantellamento delle vecchie centrali nucleari (prevalentemente ad attività bassa o molto bassa), attualmente quantificati in circa 48 mila metri cubi. Infine, non bisogna dimenticare anche i rifiuti radioattivi italiani conservati provvisoriamente in Francia e in Inghilterra: si tratta di altri circa 35,9 metri cubi ad alta attività e 47,6 metri cubi a media attività.

I rifiuti radioattivi derivanti dalle vecchie centrali nucleari italiane continuano a essere stoccati nei siti nei quali sono stati prodotti e dove tra l’altro, nel tempo, sono anche stati realizzati nuovi depositi con requisiti di sicurezza avanzati. Tuttavia, per le attività di disattivazione sono utilizzate in prevalenza strutture di immagazzinamento vetuste e che devono essere sottoposte a un costante (e costoso) monitoraggio.

Negli ultimi anni l’interesse dell’Italia per il nucleare è cresciuto, anche formalmente con il recente passaggio da osservatore a membro effettivo dell’alleanza europea pro-atomo. Dopo il referendum del 1987 che ha sancito la fine del programma nucleare nazionale e dato il via alla chiusura di tutte le centrali, l’Italia si ritrovò senza questa fonte di energia in un momento di incremento della domanda.

Oggi la situazione non è molto diversa e si guarda di nuovo al nucleare come risposta a vecchie (contenimento dei prezzi e minore dipendenza energetica dall’estero) e nuove esigenze (riduzione delle emissioni). Tuttavia, secondo un sondaggio Ipsos/Legambiente realizzato nel novembre 2024, il 43% degli intervistati si è definito contro il nucleare, mentre il 38% si è dichiarato favorevole a valutare l’esistenza di una tecnologia più sicura di quella attuale.

Quanti sono i depositi disponibili in Italia?

L’Italia ha 62 depositi temporanei che custodiscono i rifiuti radioattivi, in attesa della costruzione di un Deposito nazionale, che teoricamente potrebbe ospitare in via definitiva circa 84 mila metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni. Individuare la zona in cui realizzarlo non è semplice: il governo preferirebbe non dare l’impressione di calare una soluzione “dall’alto” su un territorio, soprattutto perché il tema è molto divisivo. In ogni caso, i tempi sono lunghi: 2029 per il rilascio del provvedimento di autorizzazione e 2039 per la messa in esercizio, il tutto al costo di circa 1,5 miliardi.

Ancora più lontano l’orizzonte per terminare lo smantellamento delle vecchie centrali atomiche italiane: secondo quanto spiegato qualche mese fa al Sole 24 Ore da Gian Luca Artizzu, amministratore delegato di Sogin, la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, bisognerà aspettare il 2052.