Questo dato spiega la dipendenza dell’Italia dal petrolio

Alberto De Pasquale

16 Marzo 2026 - 15:55

Siamo tra i Paesi europei più legati ai combustibili fossili per il trasporto su strada e quindi esposti a shock e speculazione, più di Francia e Germania.

Questo dato spiega la dipendenza dell’Italia dal petrolio

Continuano le tensioni su Hormuz e proseguono le polemiche per i rincari dei prezzi dei carburanti ai distributori.

Mentre il Brent torna a superare i cento dollari al barile e le forze armate iraniane avvertono che una crisi prolungata nello Stretto, da dove transita circa il 20% del petrolio mondiale, potrebbe portare i prezzi fino a 200 dollari, le ricadute per i trasporti sono molto rilevanti.

In Europa oltre il 90% dell’energia impiegata per il trasporto su strada deriva da prodotti petroliferi. Lo stesso discorso vale naturalmente anche per l’Italia, che risulta in effetti uno dei Paesi europei più dipendenti dal greggio. Solo una piccola parte dell’energia utilizzata per le auto e i mezzi pesanti proviene da fonti rinnovabili: siamo legati al petrolio più della media. Dai dati Eurostat risulta che nel 2023 (ultimo anno disponibile), il 63,7% del consumo finale nel trasporto su strada in Ue è stato rappresentato dal gasolio, il 26,2% dalla benzina, il 6,7% da rinnovabili e biocarburanti, il 2,1% dal GPL, lo 0,8% dal metano e appena lo 0,5% dall’elettricità.

I consumi italiani

Nel caso dell’Italia, il consumo è stato rappresentato al 63,8% dal gasolio, quindi sostanzialmente allineato alla media, ma con una quota un po’ più bassa, 24,8%, per quanto riguarda la benzina e una più alta per il GPL (4,9%). Sommando queste tre quote, che individuano le tre fonti di energia derivate dal petrolio, risulta che il 93,5% dell’energia impiegata per i trasporti su strada in Italia nel 2023 è derivata dal petrolio. Superiamo leggermente tutti gli altri principali Paesi, che hanno avuto quindi un’inferiore dipendenza dai prodotti petroliferi: al 92,2% per la Germania, al 92% per la Spagna e appena al 90,9% nel caso della Francia.

Energia per il trasporto su strada Energia per il trasporto su strada Quote del consumo finale di energia per il trasporto su strada in Italia

La dipendenza dal petrolio

Nel 2023 in Italia per il trasporto su strada le rinnovabili non sono andate oltre il 4,3% (contro la media europea del 6,7%), mentre l’elettricità si è fermata allo 0,2% a fronte di una media europea dello 0,5%. Non siamo comunque tra i Paesi in assoluto più legati ai prodotti petroliferi, dato che la Croazia ha una dipendenza al 99,8%, la Lettonia al 98,2% e Cipro al 96,8%, ma l’attenzione è in ogni caso molto alta.

Secondo dati Aci, oltre l’82% delle auto in circolazione in Italia, escluse le ibride, è alimentata a benzina o a gasolio (meno dell’1% è elettrica). All’inizio degli anni ’90 la principale fonte di energia nel trasporto su strada in Europa era la benzina, che rappresentava il 54,7% dei consumi, seguita dal gasolio al 43,8%: in sostanza, quasi il 99% del trasporto era alimentato da derivati dal petrolio. Le energie rinnovabili e i biocarburanti hanno iniziato a crescere solo nei primi anni 2000, con un forte aumento fino al 2012, stabilizzandosi poi negli ultimi anni. L’elettrico per il trasporto su strada, praticamente inesistente fino a qualche decennio fa, ha continuato a essere marginale fino a circa dieci anni fa, ma ha cominciato a crescere a partire dal 2018.

L’aumento del prezzo dei carburanti

A pochi giorni dall’inizio dei bombardamenti in Iran, benzina e gasolio sono diventati più cari, con aumenti rilevanti e non giustificabili da una reale carenza di prodotto raffinato sul mercato. I rincari maggiori hanno riguardato le auto diesel: stando ai dati del ministero delle imprese e del made in Italy, nei giorni scorsi il gasolio in modalità servito in autostrada si è aggirato sui 2,5 euro al litro.

Lo Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz è largo appena 33 chilometri e rappresenta uno dei punti più sensibili e vulnerabili per l’approvvigionamento energetico mondiale, dato che consente il transito di circa un quinto del petrolio e del 25% del gas naturale liquefatto del mondo. Ogni giorno passano da qui oltre 20 milioni di barili di greggio e prodotti derivati, viaggiando poi verso i mercati europei, asiatici e americani. L’Italia importa greggio soprattutto dall’Africa e dall’Asia: poco più del 12% del totale arriva dalle zone coinvolte dal conflitto in Medio Oriente. Tuttavia, la chiusura dello Stretto, anche temporanea, significa provocare facilmente un’impennata dei prezzi del petrolio e quindi dei prodotti derivati anche in Italia, alimentata dalla speculazione.

Il prezzo del petrolio

Negli ultimi giorni, per la prima volta da luglio del 2022, il petrolio ha superato la quota psicologica dei cento dollari al barile, arrivando a sfiorare i 120 dollari, sull’onda della prospettiva di una guerra in Iran più lunga di quanto previsto dal presidente americano Donald Trump, che ha rassicurato su un orizzonte di breve periodo. Lo scenario di un conflitto di lunga durata, comunque, è concreto. Per questo, i Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) hanno concordato all’unanimità di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle loro riserve di emergenza per compensare l’impatto della chiusura di Hormuz. Ma potrebbe non bastare.

Fonte:
Eurostat