L’effetto delle tensioni globali ha aggiunto un elemento in più oltre al costo complessivo quando si parla di vacanze: adesso anche la paura ha un suo peso sul turismo
Negli ultimi 5-6 anni il mondo del turismo è stato influenzato (ed è cambiato) come forse non era mai successo prima. Il Covid ha dato una prima mazzata importante a tutto il settore tra il 2020 e il 2021, che si aggiungeva a una pregressa “nuova normalità” dovuta al terrorismo (soprattutto dopo l’11 settembre). Senza dimenticare le tematiche ambientali, che occuperanno la scena per molti anni a venire, in questo 2026 la paura è una componente non più trascurabile quando si tratta di scelte di mete e programmazione di vacanze.
Di fatto, oggi gli italiani quando devono prenotare un viaggio fanno i conti non solo con i costi, che rappresenta il fil rouge in ogni cosa, ma anche e soprattutto con la tensione globale, quel senso di insicurezza che purtroppo è sempre più frequente in ogni angolo del pianeta. Persino in quei luoghi da sempre considerati “rassicuranti” per il turista medio - magari meno per gli autoctoni - dove oggi la percezione del rischio sta riscrivendo economie interne, dinamiche e rotte globali.
Insomma, esistono delle destinazioni non più così attraenti e gli italiani, attraverso le loro scelte, stanno già tracciando la strada verso nuovi orizzonti di viaggio, magari più vicini, più mainstream e, sicuramente, più sicuri. Ecco, allora, le mete che i turisti stanno evitando in vista delle prossime ferie (e con quali le stanno sostituendo).
Le mete in calo nel 2026: la lista “nera” degli italiani
Nel 2026 si sta delineando una vera e propria geografia della rinuncia. Secondo l’Osservatorio Aidit Federturismo Confindustria, il 90,1% delle agenzie di viaggio italiane segnala una riduzione delle nuove prenotazioni, mentre il 42,5% registra un aumento delle cancellazioni. A pesare è soprattutto l’effetto delle tensioni internazionali, con alcune aree che stanno subendo un crollo netto dell’attrattività: il Medio Oriente guida questa “lista nera”, con oltre l’80% degli operatori che segnala un calo significativo della domanda. A seguire il Nord Africa (-66%) e la Turchia (-47%), mete tradizionalmente forti per il turismo italiano ma oggi percepite come meno sicure.
A livello globale, il fenomeno è confermato anche dai dati europei: solo il 7% degli europei indica l’Asia come destinazione per il 2026, in netto calo rispetto all’anno precedente. Persino hub strategici e mete iconiche come gli Emirati Arabi Uniti iniziano a essere messi in discussione, complice il contesto geopolitico e le difficoltà operative nei trasporti. Il dato più rilevante, però, riguarda il cambio di priorità:
per il 56% degli italiani il rischio di conflitti armati incide direttamente sulla scelta della meta, mentre il 44% valuta l’instabilità politica come fattore decisivo.
Non è più solo una questione di desiderio, quindi, ma di percezione del rischio.
Cosa si sceglie per la maggiore se si vuole andare all’estero?
Se alcune destinazioni arretrano, altre avanzano con decisione. Il 2026 segna infatti il ritorno forte delle mete di prossimità e del turismo “rassicurante”. Secondo i dati Aidit, le destinazioni in crescita sono quelle percepite come stabili:
l’Italia è in testa con il 41,1% delle preferenze, seguita da Spagna (23,6%) e dall’intero bacino del Mediterraneo, comprese le crociere.
Questo trend si riflette anche nei comportamenti degli italiani: il 53% viaggia comunque all’estero privilegiando mete europee consolidate. In testa restano Spagna (15%), Francia (8%) e Grecia (7%), che si confermano le principali destinazioni fuori dai confini nazionali. Parallelamente, il Belpaese continua ad attrarre turismo internazionale, restando nella top 3 delle destinazioni per europei e nordamericani. Le città d’arte come Roma, Firenze e Venezia e i poli turistici come Milano continuano a essere centrali, anche se si registra una possibile flessione dei flussi ad alta capacità di spesa provenienti dal Golfo, per ovvi motivi.
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Le conseguenze di questo scenario non si fermano alle scelte individuali, ma si riflettono sull’intero sistema turistico. Il primo elemento critico è quello dei costi: il 49,8% degli operatori segnala un aumento delle spese operative, legato soprattutto alla crisi energetica e alle tensioni nel Golfo. Il blocco dello Stretto di Hormuz e le difficoltà nelle forniture stanno mettendo sotto pressione il carburante per aerei, con il rischio - segnalato da ACI Europe - di una carenza sistemica di cherosene proprio in prossimità dell’alta stagione.
Il risultato è un effetto a catena: voli più costosi, rotte modificate, maggiore incertezza. Il 62% dei viaggiatori tende oggi a rimandare la prenotazione, mentre il 21,8% richiede modifiche o informazioni aggiuntive prima di confermare un viaggio. La sicurezza è diventata il primo criterio di scelta per il 55,8% dei turisti, superando prezzo e flessibilità.
Anche il modello economico del turismo mostra segnali di fragilità: la possibile riduzione tra il 20% e il 30% dei flussi dal Golfo potrebbe tradursi in una perdita fino a 600 milioni di euro, con scenari peggiori che superano il miliardo. Non si tratta solo di numeri, ma di qualità della spesa: meno turisti “premium” e più turismo di massa europeo, con un impatto diretto sui margini del settore.
In ogni caso nel 2026 si partirà, per chi può permetterselo, ma le destinazioni preferite non saranno sempre le stesse.
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