Quanto valgono €15.000 investiti tra Enel, Banca Intesa e Stellantis dopo 3 o 6 e 9 anni?

Stefano Vozza

10 Maggio 2025 - 17:02

Il successo degli investimenti sul capitale di rischio passa soprattutto per la diversificazione, il tempo e il timing, il contenimento dei costi

Quanto valgono €15.000 investiti tra Enel, Banca Intesa e Stellantis dopo 3 o 6 e 9 anni?

Pianificare un portafoglio è qualcosa di così complesso che travalica la potenziale portata di un articolo. Si parte dall’analisi della situazione attuale e si definiscono gli obiettivi in base alla propria propensione al rischio.

Poi vanno scelte le strategie operative e i prodotti di investimento anche in base all’entità del capitale da gestire, le spese e altri parametri che qui tralasciamo. Del resto si tratta di un’operatività tipica dei consulenti finanziari per cui è giusto che se ne occupino loro e non noi.

Premesso ciò, ragioniamo di fantasia e vediamo come si è comportata un’ipotetica “fiche azionaria” aperta alcuni anni fa. Nello specifico, vediamo € 15.000 investiti tra Enel, Banca Intesa e Stellantis quanto valgono dopo 3 o 6 e 9 anni?

Diversificare il capitale e investire a lungo termine

Immaginiamo un capitale di medie dimensioni (inserito all’interno di un portafoglio più complesso) destinato alla sola componente azionaria. Quanto ha reso nel tempo? Impossibile rispondere perché dipende dal diverso disporsi di più elementi.

A grandi linee, il buon approccio al capitale di rischio passa per alcuni punti chiave:

  • diversificazione, per evitare la concentrazione del rischio. Statisticamente parlando è maggiore (per quanto bassissima possa essere) la probabilità che fallisca una sola corporate che un insieme di aziende. In genere gli strumenti migliori per assicurarsi la più ampia diversificazione sono i fondi, attivi o passivi a seconda delle preferenze;
  • timing di ingresso e uscita dai trade: comprare sui massimi non è mai il top della strategia, così come vendere sui minimi di mercato;
  • durata, nel senso che le performance sull’azionariato si misurano nell’arco di anni e non di settimane o mesi;
  • sottostante, che può essere su un settore ciclico o meno, su azioni molto liquide e scambiate (e quindi di qualità) oppure no, etc;
  • costi, che sono sempre i primi, unici guadagni certi. Quest’ultimi si spera di farli mentre un mancato costo è intanto un “guadagno” sicuro. Sul lungo termine il contenimento delle spese di gestione incide sui risultati finali, per cui è bene non avere tanti prodotti in portafoglio per non pagare tanto di commissioni.

I movimenti dei prezzi delle azioni nel tempo

Abbiamo considerato, in maniera del tutto arbitraria, 3 azioni prese dal principale paniere milanese (Ftse Mib) provenienti da settori differenti. Il titolo Enel è un energetico anticiclico, Banca Intesa sta a rappresentare il comparto bancario che nel complesso pesa assai sull’indice, e infine un industriale automotive, Stellantis. In maniera arbitraria abbiamo diviso i 15mila € complessivi in parti uguali (5miila € a singola azione) e abbiamo ipotizzato di impegnarlo tutto sempre nella stessa data.

La prima fonte di guadagno dovrebbe essere l’apprezzamento dei corsi nel tempo. Vediamo di quanto si sono mossi i 3 titoli sul medio-corto, medio-lungo e lungo termine. In tutti i casi faremo riferimento alla 1° quotazione disponibile del mese di maggio di 3 (2022), 6 (2019) e 9 anni fa (2016). Sarà quella, per noi, la nostra ipotetica data di ingresso nei 3 trade.
Enel ha aperto la candela di maggio ’22 a 6,175 €, mentre 5,65 e 3,99 € sono stati gli “open” delle candele (nell’ordine) di maggio ’19 e maggio ’16. Agli stessi timing, invece, il titolo Intesa prezzava 2,412 (maggio 2016), 2,33 (2019) e 1,936 euro (2022) e Stellantis, nell’ordine, a 5,148, a 9,902 e a 12,812 euro.

I dividendi azionari nel corso degli anni

Poi c’è il flusso dei dividendi (consideriamo le azioni ordinarie) se il CdA dell’azienda in questione decide di distribuire (parte) gli utili eventualmente conseguiti. Ad esempio Enel ha pagato 0,18 € (ad azione) nel ’17, 0,237 € nel ’18, 0,28 € nel ’19, 0,328 € nel ’20, 0,358 € nel ’21 e così via.

Anche lo storico dei dividendi di Banca Intesa mostra una certa regolarità in tema di riparto degli utili agli azionisti. Ad esempio 0,203 € nel ’17, 0,197 € nel ’18, 0 € nel ’19 (su raccomandazione BCE), 0,1353 € nel ’20 e 0,151 nel ‘21, etc.
Quanto a Stellantis, vediamo solo quanto è successo negli ultimi anni. Ci sono stati 3 dividendi eccezionali nel 2021 (1,84 €; 0,096 €; 0,32 €), 1,04 € annuale nel ’22, 1,34 € nel ’23, 1,55 € l’anno scorso e 0,68 € quest’anno.

€ 15.000 investiti tra Enel, Banca Intesa e Stellantis quanto valgono dopo 3 o 6 e 9 anni?

Come si evince basta cambiare data di ingresso e/o uscita, pesi dei singoli titoli e peso delle spese e dividendi per ottenere risultati completamente differenti.

Per semplicità di calcoli qui consideriamo solo il timeframe intermedio dei 3 da noi ipotizzati, ossia gli acquisti effettuati a inizio maggio 2019. Per gli altri casi (2016 e 2019) basterà cambiare i numeri e procedere con le opportune operazioni. Ancora, qui non consideriamo le spese bancarie e fiscali né i dividendi, per rendere relativamente più snelli i calcoli. A grandi (e soprattutto sommarie) linee potremmo immaginare di impegnare i dividendi nel coprire tutti i costi bancari e fiscali. Tuttavia, precisiamo che si tratta di una nostra forzatura per semplificare il tutto.

Veniamo al dunque. Sei anni fa con 5mila € avremmo potuto acquistare quasi 885 titoli Enel, 2.145 azioni Intesa e 500 titoli Stellantis. Oggi, invece, l’apertura del mese di maggio 2025 è stata pari a 7,634 € per il titolo energetico, a 4,7375 € per il gruppo bancario e a 8,286 € per l’ex Fiat.

Alla luce dei numeri su esposti e di tutte le semplificazioni fatte, vediamo quanto valevano le 3 singole quote azionarie a inizio di questo mese, dopo 6 anni dall’acquisto. La fiche in Enel varrebbe circa 6.756 €, il 35% di apprezzamento in 6 anni. Sarebbe invece raddoppiato il capitale investito sul titolo Intesa (10.160 €) grazie agli anni d’oro che il comparto bancario ha vissuto nell’era post Covid. Una perdita del 17% circa, invece, sarebbe derivata dai corsi del titolo industriale (4.143 €) complice la crisi di comparto, il passaggio alla mobilità green e, da ultimo, la faccenda dazi.