Quando l’ascensore sociale si blocca: l’ascesa di Mamdani a New York

Rob Piccoli

06/11/2025

Mamdani intercetta la nuova rabbia urbana: non i poveri contro i ricchi, ma una classe in carriera che si sente tradita dal sogno americano.

Quando l’ascensore sociale si blocca: l’ascesa di Mamdani a New York

Se c’è una città al mondo – non solo negli Stati Uniti – che incarna l’anima del capitalismo quella è New York, che ha appena acclamato come suo sindaco Zohran Mamdani, un autoproclamato socialdemocratico, considerato sprezzantemente un “comunista” dalla destra americana tutta intera, e non solo da quella trumpiana che è maestra nell’applicare etichette a effetto.

Ma anche lasciando perdere i nomi delle cose – sempre imprecisi e ingannevoli, anche quando vengono assegnati nella più perfetta buona fede – sarà bene non ascoltare gli sconfitti, che considerano questo risultato elettorale come la prova che l’estrema sinistra sta prendendo il sopravvento sui democratici. Infatti le cose non stanno esattamente così, e Mamdani non ha vinto perché New York si è improvvisamente innamorata del socialismo. Questo malgrado tutte le apparenze e nonostante i proclami e le promesse fatte in campagna elettorale dal vincitore. Ha vinto perché ha colto qualcosa che ad altri è sfuggito: una profonda frustrazione per un sistema che a molti non sembra più equo.

Chi sono questi molti? Le famiglie in difficoltà o gli elettori a basso reddito? Può darsi, ma a quanto pare non solo a loro. Il malcontento si sta diffondendo tra persone che se la passano bene: i professionisti istruiti, ambiziosi e “in carriera”, quelli che in teoria starebbero vivendo in pieno il sogno americano, ma che in realtà non riescono a scrollarsi di dosso il disagio dovuto alla sensazione di essere in ritardo.

Come si legge nei primi tentativi di abbozzare analisi meno scontate e commenti più coraggiosi che cominciano ad affiorare nel mare dei blah-blah della serie appunto “i comunisti all’assalto della Grande Mela”, ciò che si intravede dietro le nebbie è una massa crescente di newyorkesi che non rientra nelle solite categorie politiche. Non sono i working poor [lavoratori a basso reddito] ma nemmeno l’élite ricca. Sono una via di mezzo.

“Hanno fatto tutto per bene: scuole prestigiose, ore di lavoro, impegno – eppure hanno ancora la sensazione di essere bloccati. Gli affitti salgono più velocemente degli stipendi. Le tasse erodono i loro salari. Comprare una casa sembra impossibile. Non sono al verde. Sono semplicemente esauriti.” E quel che è peggio, nel Paese delle opportunità e del sogno americano, “hanno smesso di credere che il duro lavoro porti automaticamente alla stabilità, figuriamoci al successo”.

Non vogliono elemosine, come pensano i repubblicani. Non vogliono distruggere il sistema, come credono tutti quelli che, anche su indicazione di Trump, hanno votato per un vecchio arnese come Andrew Cuomo “turandosi il naso”, semplicemente sono alla ricerca di un modo per farlo funzionare, perché così com’è non offre più alcun motivo per meritare fiducia e ottimismo. New York è sempre stata una città che ricompensava il lavoro, l’impegno e il merito con gli ascensori sociali, ma ora sembra premiare solo la fortuna, le rendite di posizione o le conoscenze. La normalità nel Bel Paese, uno scandalo intollerabile al di là dell’oceano. Insomma, la città cantata da Liza Minnelli e Frank Sinatra, quella che ha fatto dire di sé « if you can make it here, you can make it anywhere », si è presa la rivincita votando il più estraneo di tutti alla sua decadenza e caduta.

Mamdani è stato bravissimo perché quegli americani frustrati li ha visti prima di chiunque altro – anche ovviamente per demerito altrui. Ha avuto l’intuito, come i leghisti e i berlusconiani del dopo Tangentopoli, di non parlare come un politico di professione. Era uno di quei frustrati. Non ha offerto una rivoluzione. Ha offerto riconoscimento.
Tutto questo, piaccia o non piaccia, fa di Mamdani un emulo involontario di Donald Trump. Come quest’ultimo ha dato voce agli americani della working class che si sentivano dimenticati dalle élite, Mamdani ha dato voce ai newyorkesi benestanti che si sentono defraudati dell’opportunità. Entrambi hanno puntato sull’empatia lanciando il medesimo messaggio: il sistema è truccato – e io sono colui che lo raddrizzerà. Trump ha preso di mira la corruzione, la palude da prosciugare di Washington D.C., Mamdani l’iniquità di un sistema in cui anche le persone con un buon lavoro sentono di correre sempre più veloci ma solo per restare allo stesso punto.

Quanto ai repubblicani, sbaglierebbero se liquidassero la vittoria di Mamdani come un colpo di matto dell’estrema sinistra. Dovrebbero studiarla. “I newyorchesi”, scrive Lee Hartley Carter, “non stanno rifiutando il capitalismo, stanno chiedendo che mantenga le sue promesse. Non chiedono un trattamento speciale. Chiedono un gioco equo.”
A sottolineare la portata dell’evento vi è inoltre un dato sorprendente: New York è una città in cui circa il 20% degli elettori sono ebrei – è la più grande comunità ebraica nel mondo dopo Israele – e ciò nonostante ha eletto un candidato che ha espresso posizioni fortemente “anti-Israele” e “contro l’establishment sionista” (anche se Mamdani ha dichiarato che “non c’è posto per l’antisemitismo in questa città”). Ancora più sorprendente è il fatto che, almeno secondo l’exit poll della CNN, ben il 33% degli ebrei hanno votato per Mamdani, oltretutto infischiandosene degli appelli alla mobilitazione provenienti da Israele e dai media mainstream, incluso il New York Times. Anche questo è un segno dei tempi, tra l’altro in un periodo che ha visto emergere, a destra, posizioni estremamente critiche nei confronti delle politiche dello stato di Israele e del peso della potente lobby ebraica sulle decisioni del Congresso e del Senato. Tra le molte voci critiche, Tucker Carlson, Candace Owens e Joe Rogan, punte di diamante del movimento MAGA e attualmente spine nel fianco dei cosiddetti Sionisti Cristiani, da sempre filo-israeliani senza se e senza ma.