La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si sta abbattendo con forza sulle aziende straniere che operano nel territorio cinese.
Molti produttori internazionali si trovano costretti a pagare tariffe doganali due volte: prima per importare componenti e materie prime, e poi per esportare i prodotti finiti verso gli Stati Uniti.
Con l’escalation dei dazi americani — portati da Donald Trump fino al 145% su tutte le esportazioni cinesi — Pechino ha risposto con misure simili, lasciando le imprese straniere intrappolate in una morsa di tariffe.
Grandi gruppi come Apple e Tesla, ma anche una vasta rete di piccoli produttori, hanno fatto storicamente affidamento sulla Cina come base manifatturiera, grazie alla forza lavoro numerosa e a basso costo.
Secondo i dati ufficiali, le imprese interamente o parzialmente straniere rappresentano quasi un terzo del commercio totale della Cina. Nel 2024, queste aziende hanno generato 980 miliardi di dollari di esportazioni e 820 miliardi di dollari di importazioni. Un peso significativo, sebbene in calo rispetto al passato: nel 2008 le aziende a capitale straniero coprivano il 55% del commercio cinese, mentre oggi si attestano al 29,6%.
Gli esperti sottolineano come la doppia imposizione doganale rappresenti una minaccia seria.
Alcuni produttori possono usufruire di esenzioni parziali o temporanee, grazie al regime di “processing trade”, che consente importazioni di componenti senza dazio a condizione che il prodotto finale venga riesportato. Tuttavia, le esenzioni sono limitate: valgono solo per l’esportazione diretta verso gli Stati Uniti, mentre non coprono le spedizioni verso altri mercati.
La situazione rischia di aggravarsi. Secondo il Ministero del Commercio cinese, gli investimenti diretti esteri in Cina sono calati del 27,1% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Gli economisti avvertono che il trend potrebbe proseguire, soprattutto per le imprese che utilizzano la Cina come hub produttivo per altri mercati.
In un contesto sempre più incerto, il modello che ha reso la Cina la «fabbrica del mondo» viene messo alla prova, e le aziende straniere devono prepararsi a ripensare radicalmente la propria presenza e operatività nel paese.