Dai rumor su Edison e OTB ai numeri di Nextchem, cosa sta cambiando nel mercato delle nuove quotazioni? Ecco quali IPO arriveranno davvero a Piazza Affari nel 2026.
Nel mondo il mercato delle IPO sta lentamente uscendo dal lungo letargo iniziato con il rialzo dei tassi. Negli Stati Uniti le finestre di quotazione si sono riaperte a intermittenza, in Europa il recupero è più cauto ma costante. Non è ancora un nuovo boom, ma non è più nemmeno il deserto del 2023-2024.
Anche Piazza Affari viene da un periodo di magra sul fronte delle nuove quotazioni, ma il clima è diverso rispetto a dodici mesi fa.
Ad oggi, dicembre 2025, nessuna società ha comunicato ufficialmente a Borsa Italiana una data di prima quotazione nel 2026. Esistono progetti, ipotesi, finestre temporali dichiarate con prudenza. Esiste soprattutto una nuova consapevolezza, il mercato non perdona le IPO forzate e non regala valutazioni per simpatia.
In questo contesto si inserisce anche il caso Bending Spoons, che pur guardando con ogni probabilità ai listini americani, rappresenta una sorta di spartiacque simbolico per l’ecosistema italiano. Se una tech nata a Milano può ambire a una IPO globale, allora la domanda non è più se Piazza Affari sia pronta, ma quali storie decideranno davvero di provarci.
IPO a Piazza Affari nel 2026, i dossier più caldi tra ipotesi e realtà
Il filo rosso che unisce tutte le possibili IPO del 2026 è uno solo, la cautela. Nessuna corsa alla campanella, nessun annuncio roboante. Solo aziende che osservano il mercato, misurano i multipli e aspettano che il prezzo racconti una storia coerente con i fondamentali.
Nextchem, tra le più vicine alla quotazione
Nextchem è uno dei pochi dossier che, per impostazione e trasparenza, viene considerato tecnicamente pronto. La controllata di Maire dedicata alle tecnologie per la transizione energetica ha chiuso i primi nove mesi con un utile netto di circa 80 milioni di euro, in crescita di oltre il 30% su base annua, e con un portafoglio ordini che continua ad ampliarsi grazie a progetti legati a idrogeno, biofuel e chimica sostenibile.
Il punto centrale non è la redditività, ma la valutazione. Il mercato oggi attribuisce a Nextchem multipli nell’ordine di 10-12 volte l’utile, mentre la media storica del settore viaggia più vicino a 15-16. Su questa forbice si gioca la partita dell’IPO. Maire punta a una valorizzazione intorno ai 2 miliardi di euro, ben superiore agli attuali prezzi impliciti. Per questo il management ha ribadito più volte di essere pronto anche nel 2026, ma solo se il mercato sarà disposto a riconoscere pienamente il valore industriale del business.
OTB di Renzo Rosso
Il caso OTB è emblematico di come il lusso stia vivendo una fase di attesa. Il gruppo fondato e controllato da Renzo Rosso ha chiuso il 2023 con ricavi per circa 1,8 miliardi di euro e un Ebitda vicino ai 484 milioni, numeri solidi ma inseriti in un contesto di mercato complesso. Il 2024 è stato definito dal management come uno degli anni più impegnativi dell’ultimo decennio, pandemia inclusa, ma anche come un periodo di semina.
Diesel ha registrato una crescita a doppia cifra, Margiela ha continuato a espandere i canali diretti, che oggi rappresentano oltre il 50% dei ricavi del gruppo. Parallelamente OTB ha razionalizzato la rete retail europea e investito su aree a maggiore potenziale, dal Medio Oriente alla Cina. Le dichiarazioni di Rosso e dell’amministratore delegato Ubaldo Minelli parlano di una IPO possibile tra la seconda parte del 2025 e l’inizio del 2026, con Piazza Affari come approdo naturale, ma solo a condizione di presentarsi al mercato con numeri in crescita e margini percepiti come sostenibili.
Edison, l’IPO che potrebbe cambiare la scala del listino
Se esiste un’operazione in grado di alzare il livello delle IPO italiane, è quella di Edison. La storica utility, controllata dal gruppo francese EDF, è già in parte presente a Piazza Affari tramite le azioni di risparmio, un dettaglio che semplificherebbe tecnicamente un eventuale ritorno sul mercato principale.
Secondo fonti finanziarie, EDF starebbe valutando la quotazione di una quota di minoranza, nell’ordine del 30-35%, mantenendo il controllo. Le stime di valutazione oscillano tra i 7 e i 10 miliardi di euro, numeri che collocherebbero Edison tra le principali utility quotate in Italia. Sarebbe un’IPO meno legata alla narrativa e più ai flussi di cassa, con un profilo adatto a investitori istituzionali e a chi cerca esposizione al settore energetico in una fase di profonda trasformazione.
Golden Goose, l’IPO potrebbe essere il piano B
Golden Goose è il caso che più di tutti racconta quanto il mercato sia cambiato. Fece clamore, nel 2024, il rinvio della quotazione che avrebbe potuto portare a una capitalizzazione intorno ai 1,8 miliardi di euro. Ora il marchio di sneaker di lusso è tornato al centro dell’attenzione per possibili operazioni di cambio di controllo.
Le indiscrezioni più recenti parlano di valutazioni che superano i 2,5 miliardi di euro e di fondi internazionali pronti a entrare nel capitale. Nel frattempo il brand continua a crescere, con ricavi in aumento a doppia cifra nella prima parte del 2025. In questo scenario, la Borsa resta una possibilità, ma non più una priorità. L’IPO diventa una opzione di medio termine, subordinata a una nuova fase di espansione e a un assetto azionario più stabile.
Plenitude, la strategia di Eni guarda oltre l’orizzonte
Plenitude viene spesso indicata come una delle possibili grandi IPO future, ma la strategia di Eni è chiara e coerente. Prima vengono i numeri, poi la quotazione. Il gruppo punta a portare l’Ebitda complessivo delle attività legate alla transizione energetica da circa 2 a 5 miliardi di euro entro il 2030, consolidando rinnovabili, retail e mobilità elettrica.
L’ingresso nel capitale di fondi come EIP e Ares ha fissato una soglia di valutazione privata che il mercato pubblico dovrà essere in grado di sostenere. Nel frattempo la riorganizzazione societaria, come la nascita di Plenitude On The Road, va letta come un lavoro di preparazione industriale più che finanziaria. Il 2026 resta uno scenario possibile, ma non dichiarato, e comunque subordinato al riconoscimento dei multipli attesi.
Bending Spoons, l’unicorno italiano che guarda oltre Milano
Bending Spoons è probabilmente la storia più potente dell’ecosistema tech italiano. Fondata a Milano nel 2013, ha raggiunto una valutazione privata superiore agli 11 miliardi di dollari dopo un round da oltre 700 milioni guidato da investitori internazionali. Negli ultimi anni ha costruito un gruppo globale attraverso acquisizioni di peso, da Vimeo a Eventbrite fino ad AOL, ampliando una base che supera i 400 milioni di utenti mensili.
L’amministratore delegato Luca Ferrari ha dichiarato più volte che la società è pronta alla quotazione e che ogni anno potrebbe essere quello giusto, senza escludere il 2026. Il nodo resta il mercato di riferimento. Nasdaq e NYSE offrono valutazioni più elevate e una platea di investitori più allineata al modello di business. Anche se non dovesse approdare a Piazza Affari, Bending Spoons resta una cartina di tornasole per capire fin dove può arrivare il capitale tecnologico italiano.
Il 2026, per Piazza Affari, potrebbe non essere l’anno del boom, ma quello della selezione. Le IPO che arriveranno, se arriveranno, lo faranno perché avranno numeri, strategia e prezzo allineati. E in un mercato che ha imparato a essere meno indulgente, questo potrebbe essere il segnale più interessante di tutti.
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