Il vicepresidente della Banca Centrale Europea (BCE), Luis de Guindos, ha dichiarato che un avanzamento dell’euro oltre 1,20 dollari potrebbe rivelarsi problematico per i responsabili delle politiche economiche e fiscali della zona euro, ma che i livelli attuali non sono motivo di preoccupazione. In un raro commento da parte di un funzionario della BCE sul tasso di cambio della moneta unica, De Guindos ha detto a Bloomberg TV che la velocità dell’ascesa dell’euro sul dollaro è più preoccupante del suo livello attuale.
«Credo che 1,17 dollari, anche 1,20 dollari, non sia un problema», ha affermato il funzionario spagnolo martedì a margine del ritiro annuale della BCE a Sintra, in Portogallo. «Possiamo soprassedere un po’ sul problema se rimane a questi livelli. Qualcosa che vada oltre però sarebbe molto più complicato. Ma - per ora - 1,20 dollari è perfettamente accettabile».
Che strano. La BCE è solitamente restia a commentare l’andamento dei tassi di cambio, affermando semplicemente che è un fattore che incide sulle decisioni politiche ma ha sempre detto che i il board dei governatori non mira a un tasso di cambio specifico, semplicemente perché ciò non rientra nel mandato della BCE.
Ma un euro forte non nasce dalla forza della economia europea, oppure da una politica monetaria europea aggressiva. Il fatto è che l’euro ha beneficiato di un crollo del dollaro a seguito dell’offensiva tariffaria di Donald Trump, che ha intaccato la fiducia dei mercati nella attuale amministrazione USA, guadagnando quasi il 14% quest’anno.
Ma ciò che mi sembra interessante è la valutazione delle conseguenze economiche di tutto ciò.
Insomma è importante riflettere sul fatto che se l’euro si rafforzasse eccessivamente sul dollaro, cioè oltre 1,20, la questione valutaria porrebbe dei seri rischi di competitività degli esportatori europei negli USA. E quindi ciò potrebbe incidere sulla crescita della zona euro. E di lì la BCE potrebbe essere costretta - suo malgrado - ad abbassare oltre il dovuto i tassi di interesse.
La politica monetaria della BCE quindi cambierebbe la sua natura: essa verrebbe influenzata dalla necessità di difendersi da una guerra valutaria americana (orchestrata da Trump, che da sempre vuole il dollaro debole) e non più dai target di inflazione.
Insomma, è mio parere che se il dollaro si indebolisce ancora e sfonda la soglia di 1,20 per proiettarsi verso 1,25 allora potremmo aspettarci almeno due tagli dei tassi BCE da 25bps nei prossimi 6-9 mesi. Altrimenti non si capiscono le esternazioni di Luis De Guindos, uomo che raramente rilascia interviste e men che mai parla a sproposito. La politica monetaria espansiva BCE in funzione anti-SuperEuro non avrebbe però conseguenze inflattive.
Ricordiamoci infatti che il petrolio e le commodities verrebbero pagate in dollari sempre più svalutati, e quindi sarebbero dollari, per così dire, “disinflattivi”. Non lo dico solo io. In un’altra intervista a Bloomberg, Martins Kazaks, governatore della banca della Lettonia, ha riconosciuto che le prospettive dei prezzi al consumo nella zona euro saranno influenzate dal cambio euro-dollaro e che questo potrebbe spingere la BCE verso una riduzione dei costi di indebitamento.
Infatti, «se l’euro dovesse apprezzarsi ulteriormente in modo significativo, ciò peserebbe sull’inflazione e sulle esportazioni, il che potrebbe far pendere la bilancia verso un altro taglio», ha affermato ieri sera il governatore della banca centrale lettone.
Anche Gediminas Simkus, governatore della banca centrale della Lituania, ha affermato il 1° luglio che il rafforzamento dell’euro deve essere monitorato.
«In termini storici, questo tasso di cambio non è poi così fuori dall’ordinario», ha detto a Bloomberg. «Ma la velocità del ritmo di aggiustamento significa che dobbiamo prendere sul serio l’andamento anomalo del mercato dei cambi di questi ultimi mesi».
La velocità della svalutazione del dollaro a livello internazionale dipende dal fatto che il dollaro è già debole, perché è stato logorato dalla “esuberanza irrazionale” di Trump sempre più accanito nel combattere la sua guerra dei dazi.
Ma c’è dell’altro: gli investitori, preoccupati da nuovi segnali di un’erosione dell’indipendenza della banca centrale statunitense, non perdono tempo a spingere il biglietto verde ai suoi livelli più bassi degli ultimi tre anni. Vendono Treasuries ed equity, cambiano i dollari con la valuta locale e rimpatriano i fondi. Oppure li destinano all’area euro. Molto semplice.
Mercoledì scorso il presidente Donald Trump ha definito «terribile» il presidente della Federal Reserve Jerome Powell. Inoltre, nel suo ultimo attacco al capo della Fed ha detto di avere in mente tre o quattro persone come contendenti per la posizione di vertice della Fed. Vi ricordo che Powell termina il suo mandato (e non vede l’ora) nel maggio 2026.
Trump ha rotto una consuetudine “sacra” dei mercati internazionali. Mai un presidente USA aveva osato attaccare la indipendenza della Fed pubblicamente come sta facendo ora Donald Trump. Pensate che nei primi anni 80 il governatore della Fed Paul Volcker lottò duramente contro l’inflazione negli USA, senza che Ronald Reagan - allora presidente - facesse alcuna dichiarazione sull’operato del Governatore.
L’inflazione, che era giunta al 13,5% nel 1981, dopo un rialzo del tasso prime rate al 21% (ripeto: ventuno per cento), si abbassò fino al 3,2% nel 1983. Ma Ronald Reagan non commentò mai negativamente l’operato di Volcker.
La svalutazione del dollaro non finisce qui.
È in calo del 10% finora quest’anno e, anche se le cose rimanessero così, è destinato al suo anno peggiore dal 2003. Eppure il dollaro dovrebbe indebolirsi ulteriormente poiché la rinnovata preoccupazione per l’indipendenza della Fed arriva in un contesto di crescenti aspettative di ulteriori 2 tagli dei tassi - se non 3 tagli - sino a fine anno e di una imminente scadenza del 9 luglio per gli accordi commerciali.
Molti gestori di fondi, sia americani che non, sono ’short’ sul dollaro in questo contesto, dove c’è un’erosione della credibilità delle istituzioni USA. Essere ’short’ su una valuta significa scommettere che il suo valore diminuirà, e quindi i gestori di fondi si vendono futures sul dollaro contro euro oppure i futures del dollaro contro sterlina, e così via. Oppure si comprano le opzioni PUT su euro-dollaro.
Questa svalutazione del dollaro non è finita, e muoverebbe ancora i mercati se qualcuno come Hassett o Bessent ottenesse il lavoro di nuovo governatore Fed, per tagliare i tassi, ignorando il rischio inflattivo fondamentale per gli USA di un dollaro super-debole.
I principali contendenti per il prossimo capo della Fed includerebbero l’ex governatore della Fed Kevin Warsh, il capo del National Economic Council Kevin Hassett, l’attuale governatore della Fed Christopher Waller e il segretario del Tesoro Scott Bessent. Tutti personaggi accondiscendenti nei confronti di Trump, non c’è dubbio.
Penso che il dollaro sfonderà nel 2025 anche la soglia di 1,20 semplicemente perché il mercato stia prezzando che il presidente Trump nominerà qualcuno che obbedirà ciecamente a quello che lui vuole, infischiandosene della indipendenza della Fed, che dura da 110 anni, cioè sin dal 1913, anno in cui venne istituita. Se arrivano governatori “obbedienti” a Trump, aspettiamoci altri tagli dei tassi a partire da maggio 2026 in poi, e quindi vendiamo ora i dollari, prima che ciò che avvenga. Questo, in grandi linee, il pensiero dei gestori internazionali dei fondi.
Nel frattempo, i commenti di inizio settimana scorsa della policymaker della Fed Michelle Bowman - il braccio destro di Trump all’interno del board of governors - secondo cui il momento di tagliare i tassi si sta avvicinando, hanno ulteriormente indebolito il dollaro, poiché le aspettative di taglio dei tassi sono aumentate.
I trader ora prezzano una probabilità di quasi il 25% che la Fed tagli i tassi a luglio, rispetto al 12,5% della scorsa settimana.
I confronti accesi di Trump con alleati del patto atlantico di lunga data su commercio e sicurezza, e i suoi attacchi alla Fed, hanno riacceso in Germania i dubbi sulle sue detenzioni di oro della banca centrale europea al di fuori della area euro, parte del quale è conservato presso la Fed di New York.
E circola anche la voce che i supervisori della Banca Centrale Europea stanno chiedendo ad alcuni degli amministratori delegati delle grandi banche europee, di valutare la loro necessità di dollari in tempi di stress, elaborando scenari in cui non possono contare sull’accesso alle linee di credito in dollari della Fed sotto l’amministrazione Trump. Non so se sia vero, ma lo ha riportato Reuters il mese scorso.
In conclusione, non consiglio di comprare dollari, o Treasury od obbligazioni in dollari né oggi, né domani, e nemmeno fatevi allettare da un dollaro così basso in caso di ulteriori scossoni in area 1,20, perché la svalutazione competitiva di Trump continuerà nel 2026, soprattutto dopo la conclusione degli accordi tariffari degli USA con la Unione europea e con gli altri paesi del mondo.
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