All’indomani della sentenza che ha condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin, il Prof. Avv. Giovanni Caruso, già al centro delle polemiche per la sua arringa difensiva, è stato oggetto di un gesto intimidatorio di estrema gravità: una busta contenente tre proiettili recapitata presso il suo studio.
Un gesto di estrema gravità che lascia sgomenti, poiché va ben oltre la sfera personale, compromettendo il diritto «inviolabile» di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione, che l’Avvocato esercita nel pieno delle sue funzioni e che tutela il proprio assistito secondo i principi dello Stato di Diritto.
La gravità di questo episodio impone una riflessione più ampia: il confine tra la tutela dei diritti costituzionali e il pregiudizio sociale si rivela sempre più fragile. Cresce, inoltre, una tensione sempre più marcata tra il garantismo e la condanna sociale, alimentata da una narrazione pubblica amplificata dai media e dai social, che si allontana ogni giorno di più dai canoni di equilibrio e civiltà.
Sempre più spesso, l’opinione pubblica tende a confondere il ruolo dell’Avvocato con quello dell’imputato, alimentando una pericolosa sovrapposizione. Tale fraintendimento non solo delegittima la funzione difensiva, ma mette a rischio la sicurezza stessa dei professionisti del diritto. Eppure, il diritto alla difesa resta un pilastro imprescindibile per ogni individuo, indipendentemente dalla gravità delle accuse; l’Avvocato non è infatti il crimine che difende, ma il baluardo che protegge la giustizia da pregiudizi e derive arbitrarie.
Questi episodi mettono in luce un problema più ampio: l’eccessiva esposizione mediatica dei processi giudiziari e la spettacolarizzazione del ruolo dell’Avvocato. In un contesto dove la narrazione pubblica spesso supera i limiti della cronaca per trasformarsi in un giudizio sommario, il dibattito perde di vista la funzione essenziale della difesa legale. Il diritto di difesa non è una concessione, ma un cardine dello Stato di diritto che garantisce a tutti – anche agli imputati accusati dei reati più gravi – un processo equo. Delegittimare questo principio significa mettere in pericolo l’intero sistema di giustizia, aprendo la strada a una cultura che non tollera il dissenso e che trasforma ogni Avvocato in un bersaglio facile per l’opinione pubblica.
Un problema che si ripete nel tempo, come dimostrano numerosi episodi di cronaca. Le minacce rivolte agli avvocati dei presunti assassini di Willy Monteiro, al legale del giovane accusato dell’omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis, o ancora al difensore del presunto pusher coinvolto nella tragedia dei due adolescenti di Terni, culminando, infine, con le critiche rivolte all’arringa difensiva dell’Avvocato di Turetta – percepita da alcuni come offensiva nei confronti della memoria di Giulia Cecchettin – e, più di tutto, con questo atto intimidatorio di estrema gravità.
La narrazione mediatica di un processo spesso trasforma allora il dibattito pubblico in un’arena polarizzata, dove ogni parola del difensore viene interpretata come un attacco morale o una giustificazione del crimine: appare necessario, dunque, al netto dei correttivi apportati dal recente intervento del Ministro della Giustizia Nordio per arginare la spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie, riportare il dibattito pubblico ad un livello di maggiore equilibrio.
Questo episodio deve rappresentare un monito chiaro: sia una coscienza collettiva che un sistema giudiziario incapaci di riconoscere il valore del diritto di difesa rischiano di scivolare verso una pericolosa deriva giustizialista, dove l’emotività prende il sopravvento sui principi di equità e sul rispetto delle garanzie. Solo attraverso una narrazione pubblica più consapevole e un impegno condiviso sarà possibile preservare i fondamenti dello Stato di diritto e garantire una giustizia davvero imparziale.