Il prezzo del petrolio viaggia sotto la soglia di 80 dollari al barile, con un calo di circa l’1% per entrambe le quotazioni Brent e WTI nelle prime ore pomeridiane del 23 gennaio.
La notizia suona come un allarme per il potente cartello OPEC, che rischia di faticare nella sua missione di mantenere prezzi a un livello interessante per i profitti dei suoi produttori.
I futures del greggio hanno iniziato il 2024 all’insegna della volatilità mentre persiste l’incertezza su diversi indicatori che riguardano sia la domanda che l’offerta. Dalla guerra in Medio Oriente all’aumento della produzione in Stati non appartenenti all’organizzazione petrolifera fino alla debole prospettiva di crescita mondiale e alle previsioni su tagli dei tassi non prima della primavera, sono tanti i fattori che non consentono all’oro nero di prendere il volo.
L’OPEC, in questo contesto, potrebbe trovarsi in difficoltà nell’obiettivo di difendere una certa soglia di prezzo del petrolio durante il 2024.
Perché il prezzo del petrolio oscilla sotto gli $80 al barile
I prezzi del petrolio scendono martedì 23 gennaio e cedono così una parte dei guadagni del giorno precedente, mentre i trader valutano l’aumento dell’offerta di greggio in Libia e Norvegia rispetto alle tensioni geopolitiche crescenti in diverse regioni e alle interruzioni della produzione negli Stati Uniti.
In sintesi, quest’anno il greggio non è riuscito ancora a stabilizzarsi su prezzi medio-alti, nonostante le tensioni geopolitiche e l’impegno da parte dell’OPEC di frenare la produzione.
I guadagni del petrolio sono stati frenati dalle indicazioni di un’abbondante produzione non-OPEC, con l’Agenzia Internazionale per l’Energia che prevede un’ampia offerta (con la sorpresa Usa come produttore cruciale di greggio). Inoltre, la Libia ha ripreso i flussi dal suo più grande giacimento dopo che questo era stato chiuso a causa di disordini sociali e le trivellatrici statunitensi si stanno riprendendo da un congelamento che ha danneggiato le operazioni.
Non solo, secondo il Norwegian Offshore Directorate, la produzione di greggio della Norvegia è salita a 1,85 milioni di barili al giorno (bpd) a dicembre, rispetto a 1,81 milioni di barili al giorno del mese precedente e battendo le previsioni degli analisti.
A conferma della volatilità dell’oro nero, le quotazioni hanno chiuso in rialzo nella sessione di lunedì 22 gennaio, dopo le notizie di attacchi di droni ucraini contro impianti energetici sulla costa baltica russa.
L’attacco “è un importante promemoria del fatto che abbiamo un conflitto in corso in due importanti regioni produttrici di energia”, ha affermato Robert Rennie, capo della ricerca sulle materie prime e sul carbonio presso la Westpac Banking Corp.
Se da una parte le tensioni geopolitiche sempre più preoccupanti minacciano l’offerta - e quindi trainano i prezzi al rialzo - l’incertezza sulla ripresa cinese e la crescita fragile a livello europeo mantengono il lato della domanda piuttosto debole (e questo elemento frena il rialzo dei prezzi).
Perché l’OPEC può andare in crisi nel 2024
L’andamento oscillante dei prezzi del petrolio è osservato con una certa apprensione dall’OPEC. La missione del cartello, capitanato dai potenti sauditi, è infatti quella di mantenere i prezzi a un livello tale da consentire buone entrate per le casse di questi Stati fortemente dipendenti dall’oro nero.
Il 2024, però, si preannuncia un anno molto complesso. A ricordarlo è un’analisi di Grant Smith su Bloomberg. L’organizzazione e i suoi alleati hanno lanciato nuovi tagli alla produzione questo mese per evitare un surplus petrolifero globale, e l’Arabia Saudita ha affermato che i tagli potrebbero continuare oltre il primo trimestre, se necessario.
La spiegazione è chiara, secondo il giornalista:
“Le forniture rivali provenienti dagli Stati Uniti e da altri Paesi stanno crescendo più fortemente del previsto, ha affermato la scorsa settimana l’ Agenzia internazionale per l’energia. Di conseguenza, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e i suoi partner potrebbero dover continuare a limitare la produzione per il resto dell’anno.”
Il principale commerciante di petrolio Mercuria Energy Group Ltd. ha persino avvertito che l’OPEC+ potrebbe dover ridurre ulteriormente la produzione. Ma la sfida di Riyadh potrebbe essere più ardua del previsto.
Ad esempio, ha sottolineato Smith, gli Emirati Arabi Uniti hanno ottenuto un’esenzione nell’ultimo accordo dell’OPEC+ per aumentare modestamente le forniture. Abu Dhabi potrebbe non voler frenare la sua produzione mentre cerca di aumentare la capacità dei suoi giacimenti.
Poi c’è la Russia. Nonostante gli impegni nei confronti dell’OPEC+ e le sanzioni internazionali, lo scorso anno il Paese è riuscito a scavalcare i sauditi diventando il primo fornitore di petrolio della Cina. E nelle ultime settimane, Mosca ha spinto le esportazioni di carburante al livello massimo degli ultimi nove mesi, nonostante il suo obbligo a tagliare.
Con il presidente Vladimir Putin sotto pressione per massimizzare le entrate che finanzino la sua guerra contro l’Ucraina, l’unità dell’OPEC+ potrebbe entrare in crisi nel 2024.