Il prezzo del carburante continua a salire e, nonostante i tentativi di contenimento messi in campo dal Governo, rimane su livelli particolarmente elevati. Con un recente provvedimento, è stata infatti prorogata al 1° maggio 2026 la riduzione di 24,40 centesimi di euro al litro su benzina e diesel, una misura pensata per alleggerire il peso dei rincari su famiglie e imprese.
Tuttavia, questo intervento non è stato sufficiente a riportare i prezzi su livelli più sostenibili: attualmente, la media nazionale si attesta intorno a 1,783 euro al litro per la benzina e a 2,074 euro per il diesel, cifre che continuano a incidere in modo significativo sul bilancio degli automobilisti e sui costi della filiera produttiva.
Come ormai noto, una parte consistente di questi aumenti è riconducibile al recente conflitto in Medio Oriente, che ha determinato nuove tensioni sui mercati energetici internazionali, influenzando il prezzo del petrolio e, di conseguenza, quello dei carburanti. Tuttavia, questo fattore può giustificare soltanto l’aumento legato alla materia prima e ai costi di distribuzione. Il prezzo finale alla pompa, infatti, è appesantito anche da una componente fiscale particolarmente rilevante: le ormai celebri accise.
Ma esiste un altro balzello fiscale, forse ancora più difficile da accettare. Si tratta dell’IVA al 22%, ma la questione è un po’ più complessa di quanto possa sembrare a prima vista. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Tasse sul carburante: quando paghi una tassa su un’altra tassa
Quando fai rifornimento, non stai pagando soltanto il carburante. Una parte consistente del prezzo è composta dalle accise, imposte ormai note alla maggior parte degli automobilisti e che incidono da anni sul costo finale alla pompa.
Quello che molti non sanno, però, è che esiste un’ulteriore componente fiscale: l’IVA al 22%. Fin qui nulla di sorprendente, se non fosse per un dettaglio tutt’altro che secondario. L’IVA, infatti, non viene calcolata soltanto sul prezzo “puro” del carburante, ma anche sulle accise già applicate. In altre parole, la si paga anche su una tassa già esistente.
Alcuni osservatori definiscono questo meccanismo come una vera e propria beffa fiscale, paragonandola, pur con le dovute differenze, al fenomeno (fortemente limitato se non del tutto illegale) dell’anatocismo, che consiste nel calcolo degli interessi sugli interessi. In questo caso, però, si tratta di imposte che si sommano e si moltiplicano, aumentando ulteriormente il prezzo finale per i consumatori.
Per comprendere meglio l’impatto reale di questo sistema, vediamo nel dettaglio come si compone il prezzo dei carburanti.
Il vero costo della benzina: le tasse fanno la differenza
Oggi il prezzo del carburante alla pompa è composto, in media, da tre principali componenti:
- il costo della materia prima e della distribuzione,
- le accise
- e l’IVA.
La prima voce, che comprende il prezzo del petrolio, la raffinazione, il trasporto e la distribuzione, rappresenta generalmente circa il 35–40% del prezzo finale. Una quota molto simile è costituita dalle accise, ovvero le imposte fisse stabilite dallo Stato, che incidono anch’esse per circa il 35–40%.
A queste due componenti si aggiunge poi l’IVA al 22%, applicata sull’intero importo, comprese quindi le accise stesse.
Facendo un esempio concreto, con un prezzo medio di circa 1,80 euro al litro, le accise sulla benzina ammontano a circa 71–73 centesimi per litro. Aggiungendo anche l’IVA del 22%, la componente fiscale complessiva supera spesso il 50–60% del prezzo finale. Questo significa che più della metà di quanto pagato alla pompa non riguarda il carburante in sé, ma è costituito da imposte.
In pratica, quando fai rifornimento, paghi il carburante, paghi le accise e, infine, paghi anche l’IVA sull’intero importo. Una forma di doppia imposizione che esiste da anni, ma che non tutti conoscono davvero.