“Proprio come il ferro e l’acciaio hanno contribuito allo sviluppo della civiltà umana, l’acciaio di Posco ha contribuito allo sviluppo dell’economia coreana”. Questa è la prima frase che si legge sul sito di Posco, nel 2022 al settimo posto nella classifica delle acciaierie più grandi del mondo con 38,64 milioni di tonnellate di acciaio prodotto.
Oggi Pohang Iron and Steel Company resta il principale colosso siderurgico della Corea del Sud, nonché quinto conglomerato del Paese considerando tutti i settori e i mercati esteri nei quali ha affondato i tentacoli il colosso proveniente dall’omonima città di Pohang.
Già, perché Posco, che gestisce due acciaierie integrate in patrtia, ha iniziato da tempo ad esplorare altri tipi di business, sia per rendere più green la sua produzione siderurgica (vedi “idrogeno verde”) che per rafforzare le catene di approvvigionamento strategiche di Seoul (vediil litio per le batterie degli EV). Detto altrimenti, il gruppo, che impararemo presto a conoscere, si è espanso in nuove attività nell’ottica di una diversificazione economica.
Pochi mesi fa, intanto, Posco Holdings ha scelto Chang In-hwa, l’ex capo della sua principale unità siderurgica, come presidente e amministratore delegato della società. Toccherà a Chang, dunque, guidare il gigante verso i prossimi traguardi: ridurre l’impronta di carbonio, guadagnare spazio nel settore degli EV (tra batterie e fornitura di materiali chiave) e, in generale, rendere la produzione d’acciaio più green.
La nascita del re sudcoreano dell’acciaio
Come e quando è nata Posco? Negli anni ’60, l’amministrazione sudcoreana – appena uscita con le ossa rotta da una guerra fratricida con la Corea del Nord - concluse che l’autosufficienza siderurgica e la costruzione di un’acciaieria integrata fossero due passi essenziali per lo sviluppo economico della nazione. Seoul decise quindi di creare la Pohang Iron and Steel Company nel 1968, nominando presidente della fabbrica un generale dell’esercito in pensione e amico dell’allora leader sudcoreano Park Chung Hee, tale Park Tae-joon.
La costruzione dell’impianto, a Pohang, iniziò il 1 aprile 1970. L’inaugurazione avvenne tre anni più tardi, il 3 luglio 1973. L’azienda – per la cui costruzione furono decisivi i fondi provenienti dal Giappone nell’ambito di una normalizzazione dei rapporti tra i due Stati rivali - aveva una capacità annua iniziale di 1,03 milioni di tonnellate di acciaio.
Alla fine degli anni ’80 la crescita di Posco era stata immensa. Era la quinta più grande azienda siderurgica al mondo, con una produzione annua che si avvicinava alle 12 milioni di tonnellate per un valore di 3 trilioni di won. Nel 1997, anno della crisi finanziaria asiatica, Seoul annunciò che avrebbe trasformato POSCO in una società privata, in linea con la nuova politica del governo di privatizzazione delle imprese statali.
Il processo sarebbe stato completato nel Duemila. Eravamo ormai in una nuova era, la Corea del Sud stava diventando una potenza economica mondiale e il colosso dell’acciaio made in Korea era pronto ad investire massicciamente all’estero: in Cina e in India, ma anche in altri Paesi in via di sviluppo. La potenza di fuoco di Posco ha senza ombra di dubbio contribuito ad aiutare Seoul a trasformarsi in un attore rilevante nel campo dell’automotive, della costruzione di grandi navi (e non solo).
Gli obiettivi di Posco
Posco prevede di investire 121 trilioni di won (93 miliardi di dollari) entro il 2030 per la crescita nella produzione di acciaio, così come di batterie per veicoli elettrici e idrogeno. La scorsa estate l’azienda ha dichiarato in una nota che prevede di investire 72 trilioni di won, ovvero più del 60% dell’importo totale, in Corea del Sud, creando circa 330.000 posti di lavoro, e cercando di diventare leader nei materiali rispettosi dell’ambiente.
Nel 2020, Posco aveva inoltre annunciato un piano per raggiungere l’obiettivo zero emissioni nette entro il 2050, inclusa una riduzione del 10% delle emissioni di carbonio entro il 2030. Per riuscire in simili imprese, il conglomerato sudcoreano ha stretto accordi con vari Paesi e partner esteri.
Alcuni esempi? Un consorzio controllato al 28% da Posco (e che comprende il gruppo energetico francese Engie SA, altre quattro società elettriche statali coreane e la società pubblica thailandese PTT Exploration and Production) ha ottenuto un contratto da 6,7 miliardi di dollari per la produzione di idrogeno verde a Duqm, in Oman.
Questo passo coincide con l’ultima mossa di Posco per investire nella produzione del citato idrogeno verde. Entro il 2030, Posco prevede di completare la commercializzazione della sua tecnologia HyREX, mentre entro il 2050 auspica di convertire le sue acciaierie a Pohang e Gwangyang alla produzione di acciaio basata interamente sulla tecnologia di riduzione dell’idrogeno.
Ma non è finita qui, perché il conglomerato ha firmato di recente due accordi da non ignorare. Uno con una società mineraria canadese, NextSource Materials, per l’approvvigionamento di materiali per batterie secondarie dal Madagascar nella miniera di Molo. L’altro con Black Rock Mining, in base al quale parteciperà all’offerta dei diritti delle miniere australiane ed esplorerà un potenziale accordo di riscatto per aumentare la fornitura di grafite a 60mila tonnellate all’anno. E nei prossimi mesi potrebbero arrivare nuove fumate bianche dal sapore internazionale.