Ottobre si era chiuso sui massimi da sei mesi, novembre si apre con una frenata. Il petrolio Brent scambia a 109,38 dollari al barile alle 9:45 di lunedì 2 novembre, in calo di 4,05 dollari (-3,57%), dopo aver toccato un minimo di 108,93 e un massimo di 112,38.
A muovere i prezzi è la diplomazia. Reuters scrive che funzionari iraniani e mediatori del Qatar sono arrivati al terzo giorno consecutivo di colloqui per chiudere la guerra che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran, e il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, li descrive come «in corso e in via di progresso» (traduzione nostra), aggiungendo che il Paese è pronto «sia alla difesa sia alla diplomazia». Nel fine settimana, secondo Axios, Donald Trump avrebbe detto al premier israeliano Benjamin Netanyahu, al telefono, di voler lasciare più tempo ai negoziati.
Perché il Brent scende
Il rally delle ultime settimane, che aveva riportato il Brent verso i massimi da aprile (lo avevamo ricostruito qui), conteneva una buona dose di premio di rischio: quanto il mercato è disposto a pagare in più per proteggersi da un blocco delle forniture dal Golfo. Basta che l’escalation sembri un po’ meno vicina perché una parte di quel sovrapprezzo evapori. E c’è chi incassa: Tim Waterer, capo analista di KCM Trade, legge la seduta come un «ritracciamento tecnico dopo i forti guadagni della scorsa settimana» (traduzione nostra), citato da Reuters.
Su alcuni grafici, però, il calo appare molto più profondo, intorno al 7%. Non si tratta di un tracollo che altri non vedono. Venerdì 30 ottobre è scaduto il contratto con consegna a dicembre, come prevede il regolamento del future Brent di ICE, secondo cui le negoziazioni si chiudono l’ultimo giorno lavorativo del secondo mese prima della consegna. Quel contratto ha chiuso a 117,64 dollari; il gennaio, diventato ora il riferimento, si era fermato a 113,43. Chi misura il prezzo di oggi contro la vecchia scadenza si porta dietro uno scarto di circa 4 dollari che con il mercato di stamattina non ha nulla a che fare: è l’effetto del rollover.
Chi sperava in un pieno più leggero dovrà aspettare. Benzina e gasolio inseguono il greggio con ritardo e con dinamiche loro, come abbiamo visto spiegando perché i prezzi alla pompa non seguono il Brent.
I rischi che restano sul tavolo
Hormuz resta il punto più esposto. Venerdì la metaniera qatariota Al-Mayeda è stata colpita da «oggetti non identificati» mentre attraversava le acque del Golfo, senza feriti secondo la Qatar News Agency. Domenica l’agenzia britannica UKMTO ha raccolto il Mayday di un mercantile che segnalava un’altra nave colpita da un proiettile nello Stretto e, sempre secondo l’UKMTO, un’imbarcazione è stata centrata a est di Ras Al Khafji, sulla costa saudita. I Pasdaran raccontano un’altra storia: due petroliere sarebbero saltate su mine dopo aver imboccato una rotta «non autorizzata». Le versioni, per ora, non coincidono.
Poi c’è il voto. Martedì 3 novembre gli americani vanno alle urne per le elezioni di metà mandato, e sempre secondo Axios Netanyahu avrebbe chiesto a Trump di riprendere i raid subito dopo. Per ING il mercato si sta preparando «sempre di più alla possibilità di nuove ostilità tra Stati Uniti e Iran» (traduzione nostra). Waterer, da parte sua, segnala il rischio che dopo le midterm i toni si inaspriscano e riportino il Brent verso i 120 dollari.
L’offerta non ha riservato sorprese. Domenica 1 novembre sette Paesi dell’OPEC+ (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakistan e Oman) hanno confermato per dicembre gli obiettivi di produzione di settembre. La partita vera si gioca il 29 novembre, quando si riunirà l’intero gruppo e dovrebbe prendere forma il quadro produttivo del 2027. Jorge Leon di Rystad Energy la mette così: quella di domenica «era la decisione facile» (traduzione nostra).
Il quadro tecnico
L’ultima analisi tecnica di Money.it è calcolata sui dati del 30 ottobre, quindi non tiene conto della seduta di oggi. Già così, però, i livelli dicono molto: il primo supporto, a 110,82 dollari, è stato perso già nelle prime ore di contrattazione, mentre il secondo, a 109,32, è stato bucato nel minimo di mattinata e ora il prezzo ci oscilla attorno. Se cedesse in modo netto, il riferimento successivo sarebbe la media mobile a 50 sedute, intorno a 103,48: un livello che lascia spazio a una correzione ampia senza rompere la tendenza di fondo, sostenuta da una media a 200 sedute ancora molto più in basso, a 92,66.
Sopra, la prima resistenza è a 114,06 e la seconda a 115,80. Tornarci richiederebbe che il premio di rischio rientri nel prezzo, cioè che le notizie dal Golfo tornino a peggiorare. Chi ragiona su un orizzonte più lungo può confrontare questi livelli con le stime di Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citi ed EIA.
Il ribasso di oggi, insomma, prezza un accordo che ancora non c’è. Teheran chiede come prima condizione la fine del blocco navale americano sui suoi porti e Araghchi ha escluso, per ora, incontri con funzionari statunitensi. Se la sponda di Doha regge anche dopo martedì, i 110 dollari possono diventare il nuovo punto di equilibrio. Se invece riprende la parola il fronte militare, il premio uscito dal prezzo in una mattinata può tornare con la stessa rapidità.
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