Il petrolio torna a correre. Il future sul Petrolio Brent con scadenza gennaio 2027 passa di mano questa mattina a 115,25 dollari al barile, in rialzo dell’1,19% rispetto alla chiusura di ieri, quando il contratto aveva lasciato sul terreno quasi 2 dollari fermandosi a 113,89. Il greggio del Mare del Nord torna così a ridosso dei massimi da sei mesi, con un progresso di circa il 91% da inizio anno, mentre il WTI americano si è riportato sopra la soglia dei 101 dollari. Cosa aspettarsi ora?
Perché il prezzo del Brent torna a salire oggi
A riaccendere gli acquisti è stato soprattutto l’attacco rivendicato ieri dagli Houthi yemeniti contro la raffineria saudita di Ras Tanura, la più grande del regno. Secondo il portavoce del gruppo, un missile balistico avrebbe colpito l’impianto provocando vasti incendi. Riad non ha confermato l’attacco e Bloomberg ha riferito che un incendio nei pressi del terminal è stato contenuto nelle prime ore della giornata.
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Il nome dell’impianto basta comunque a spiegare il nervosismo degli operatori, perché tra Ras Tanura, nel Golfo, e Yanbu, sul Mar Rosso, transita quasi tutto il greggio esportato dall’Arabia Saudita. La raffineria, con una capacità di 550.000 barili al giorno, era già stata fermata per precauzione nei primi mesi della guerra.
Sui prezzi pesa anche il calendario politico. Sui mercati si è fatta strada l’ipotesi che gli Stati Uniti possano riprendere gli attacchi militari contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato della prossima settimana, e Donald Trump ha ribadito che il conflitto si chiuderà alle sue condizioni. In Israele, intanto, lo spoglio per il rinnovo della Knesset vede in vantaggio il blocco di Benjamin Netanyahu, con un esito destinato a pesare sulla traiettoria della crisi.
Ottobre è stato il mese con il maggior numero di attacchi alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz e nelle acque circostanti da quando il Washington Institute for Near East Policy ha iniziato a registrarli, nel 2017, con almeno 30 episodi. Il traffico attraverso lo Stretto è in ripresa, ma i costi assicurativi, i noli e i trasbordi tra navi assorbono capacità e rendono più caro ogni barile che attraversa la regione. In giornata gli operatori guarderanno anche ai dati sulle scorte americane e, in serata, alla decisione della Federal Reserve, mentre domenica è in agenda la riunione dell’OPEC+.
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Le previsioni degli analisti
Le stime più recenti sono quasi tutte rivolte al rialzo, ma restano al di sotto dei prezzi attuali, segno che le banche d’affari considerano una parte del rally come un premio per il rischio destinato prima o poi a sgonfiarsi. L’ultima revisione è di UBS. In una nota diffusa ieri, 27 ottobre, l’analista Giovanni Staunovo ha alzato a 110 dollari la stima per la fine del 2026, dai 100 precedenti. È un livello inferiore del 4,56% al prezzo di questa mattina, ma la banca svizzera ha rivisto al rialzo anche il 2027, portando le stime a 95 dollari per marzo, 90 per giugno e 85 per settembre.
Secondo UBS, a tenere alti i prezzi saranno le scorte globali ai minimi da anni, i noli record e la ripresa delle importazioni cinesi. A pesare sono anche i flussi dal Golfo ancora sotto i livelli prebellici, con 18,8 milioni di barili al giorno nelle prime tre settimane di ottobre contro i 19,9 di gennaio e febbraio.
Più prudente Goldman Sachs, che in una nota resa nota il 12 ottobre ha alzato la stima sul Brent di dicembre a 90 dollari, dagli 85 precedenti, confermando una media di 80 dollari per il 2027. La banca americana stima che nelle quotazioni sia incorporato un premio per il rischio di guerra vicino ai 25 dollari al barile. Nello scenario peggiore, tra danni alle infrastrutture e attacchi più intensi alle navi, il Brent potrebbe arrivare a 125 dollari già a dicembre. Una ripresa più rapida della produzione mediorientale lo riporterebbe invece verso i 70 dollari nel corso del 2027.
Nel mezzo si colloca l’EIA, l’agenzia statunitense per l’energia. Nel rapporto mensile del 6 ottobre ha alzato di 14 dollari la previsione per il quarto trimestre, ora a una media di 105 dollari, e ha portato a 96 dollari la media del 2026 e a 84 quella del 2027, perché il calo delle scorte globali e la tensione sul gasolio continueranno a sostenere i prezzi. Per Bjarne Schieldrop di SEB, sentito ieri da Reuters, una parte consistente del prezzo riflette il rischio di un nuovo attacco americano o israeliano all’Iran nelle prossime settimane. È proprio questa componente che renderebbe il Brent esposto a correzioni rapide se la diplomazia facesse passi avanti.
Il quadro tecnico, in breve
Sul grafico la tendenza di fondo resta rialzista, con i prezzi sopra tutte le principali medie mobili, da quella a 20 a quella a 200 sedute, e un MACD positivo e sopra la linea del segnale. La spinta appare però meno vigorosa di quanto lascino pensare i titoli. L’RSI a 14 sedute si ferma a 57,8, in area neutrale, l’ADX a 24,2 descrive un trend poco definito e tra prezzo e RSI si è aperta una divergenza ribassista, un segnale che spesso precede una fase di stanchezza. Il primo ostacolo è l’area dei 117 dollari, i massimi della scorsa settimana, oltre la quale il riferimento successivo sono i 126 dollari di fine aprile. La volatilità resta elevata, con una volatilità storica annualizzata del 34,90% a 20 sedute e un ATR pari al 3,75% del prezzo, valori che rendono plausibili oscillazioni di diversi dollari nell’arco di una sola seduta.
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