I dati sull’economia cinese non sono incoraggianti, da ultimo i dati riguardanti il PMI cinese sia manifatturiero che non manifatturiero non sono stati esaltanti, con il primo stabilmente al di sotto della soglia di 50 che segnala recessione.
Eppure solo otto mesi fa ci si aspettava che l’economia del Dragone rosso tornasse a ruggire. La strategia di contenimento del Covid-19 era stata abbandonata, la popolazione e i turisti stranieri potevano girare liberamente. Invece, la ripresa si è spenta quasi subito, con una crescita debole e una deflazione. E adesso ci si mette anche una recrudescenza della crisi del settore immobiliare, ma ciò che accade nella seconda economia mondiale (quasi 18 trilioni di dollari di PIL previsto per il 2023) è importante anche al di fuori dei suoi confini.
La Cina è così grande che le sue alterne vicende economiche potrebbero trainare i dati di crescita globale.
Un rallentamento della Cina influisce direttamente anche sulle prospettive di altri Paesi. Le famiglie e le aziende cinesi acquisteranno meno beni e servizi di quanto avrebbero fatto altrimenti, con conseguenze sia per i produttori di questi beni che per gli altri consumatori: un raffreddamento del commercio internazionale sarà una conseguenza abbastanza inevitabile.
La prima cosa che mi viene in mente è che soprattutto gli esportatori di materie prime sono particolarmente esposti al rallentamento della Cina. Il Paese è un vero e proprio divoratore di materie prime: assorbe quasi un quinto del petrolio mondiale, quasi metà del rame, del nichel e dello zinco raffinati e più di tre quinti dei minerali di ferro (fonte: FMI). I problemi immobiliari della Cina comporteranno una minore richiesta di tali materie prime perché queste vengono utilizzate nel settore edile. Questo sarà un colpo per Paesi come lo Zambia, dove le esportazioni di rame e altri metalli verso la Cina ammontano al 20% del PIL, e anche per l’Australia, grande fornitore di carbone e ferro per la Cina. Il 22 agosto Bhp Billiton, il più grande “minatore” del mondo, ha riportato il più basso profitto annuale dell’azienda australiana in tre anni e l’amministratore delegato ha avvertito in conferenza stampa di presentazione dei dati che gli sforzi di stimolo monetario e industriale del governo della Cina non stanno producendo cambiamenti sul trend dei ricavi nel settore minerario mondiale.
Tra i Paesi deboli esposti alla contrazione della crescita cinese c’è la Germania. Il calo della domanda cinese di beni industriali è uno dei motivi per cui l’economia del Paese ha ristagnato negli ultimi tre trimestri. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2022 le 200 maggiori multinazionali per fatturato in America, Europa e Giappone hanno realizzato il 13% delle loro vendite in Cina, guadagnando 700 miliardi di dollari. Anche Tesla è ancora più esposta, realizzando circa un quinto delle sue vendite in Cina; Qualcomm, un produttore di chip, ne realizza ben due terzi.
Se il rallentamento della crescita cinese non degenererà in una crisi recessiva vera e propria, allora un problema del genere rimarrà relativamente concentrato in ambito domestico. Infatti, se invece che considerare le sole 200 maggiori multinazionali consideriamo tutte le industrie occidentali, le vendite alla Cina rappresentano solo il 5%-6% dell’attività di tutte le società quotate in America, Europa e Giappone. Se prendiamo in considerazione le bilance dei pagamenti, le esportazioni in Cina di America, Gran Bretagna, Francia e Spagna ammontano al 2% dei rispettivi PIL. E anche per la Germania, con una quota di esportazioni in Cina pari a quasi il 4% del totale, la Cina dovrebbe crollare in depressione per generare un colpo considerevole alla economia tedesca.
E poi le difficoltà della Cina arrivano in un momento in cui il resto del mondo sta andando un po’ meglio del previsto. A luglio il FMI ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita globale, rispetto alle proiezioni di aprile. L’aspetto più significativo è stato lo stato di salute del più grande importatore mondiale e rivale geopolitico della Cina, l’America, che secondo quanto ha detto proprio il 25 agosto a Jackson Hole il Governatore Fed Powell, ha una economia che crescerà anche per il 2024 sopra il trend di lungo periodo. Ma i veri effetti tangibili del rallentamento cinese si avranno sui prezzi delle materie prime.
In questo contesto, il rallentamento della crescita cinese dovrebbe persino dare un po’ di sollievo ai consumatori mondiali, in quanto si tradurrà proprio in una minore domanda di materie prime, con conseguente riduzione dei prezzi per effetto di un minore import cinese. Questo a sua volta alleggerirà il compito della Federal Reserve e delle altre banche centrali nella lotta all’inflazione.
Ma cosa succederebbe se le cose andassero veramente male in Cina? Cioè se la crisi immobiliare fosse più profonda di quanto i governanti cinesi ci vogliono far credere? Nel peggiore dei casi, un crollo immobiliare potrebbe riverberarsi sui mercati finanziari mondiali. Uno studio pubblicato dalla Banca d’Inghilterra nel “lontano” 2018 ha rilevato che un atterraggio duro in Cina, con uno stress test di crescita economica in discesa dal +7% al -1%, provocherebbe un crollo dei prezzi degli asset cinesi detenuti in portafoglio da hedge fund, fondi comuni e fondi sovrani globali e un aumento del valore delle valute dei Paesi sviluppati, a scapito delle valute dei Paesi emergenti, in quanto gli investitori si precipiterebbero in direzione di asset più sicuri: dollaro, euro e yen, percepiti come divise “safe heaven”.
Non si escluderebbero in questo frangente, secondo la BoE, anche decise flessioni dei listini azionari internazionali e rialzo dei prezzi dei bond governativi con discesa dei tassi a livello mondiale.
Un rallentamento più prolungato potrebbe portare la Cina a ripiegarsi su se stessa, riducendo gli investimenti e i prestiti all’estero.
Tuttavia queste ipotesi più drammatiche hanno piccola probabilità di realizzarsi e, allo stato attuale, l’evento più probabile associato ad una flessione dell’economia cinese è e rimane un abbassamento dei prezzi delle materie prime su scala globale e non un contagio recessivo al resto dei paesi sviluppati. Ne è un esempio l’economia americana che viaggia a ritmi ancora sostenuti nonostante il martello restrittivo della Fed.
Alla luce di quanto esposto sopra, cosa deve fare chi ha investito in fondi comuni specializzati nell’azionario cinese? Lo scopriremo nella prossima analisi.