Perché per il mondo è meglio un prezzo del petrolio a $150 piuttosto che a $90

Gerardo Marciano

14 Maggio 2026 - 13:37

Il vero nemico del commercio globale non è il petrolio caro: è il petrolio imprevedibile. I dati storici del 2026 raccontano il secondo anno più volatile della storia.

Perché per il mondo è meglio un prezzo del petrolio a $150 piuttosto che a $90

Esiste una differenza tra un prezzo alto e un prezzo instabile. Non è una sfumatura: è la differenza tra un problema che si gestisce e uno che paralizza, ma i due vengono trattati come sinonimi quasi ogni volta che il petrolio torna in prima pagina. Il costo di questa confusione è reale. Si accumula in silenzio, distribuito su milioni di decisioni rinviate, contratti rinegoziati, piani industriali abbandonati. Non compare in nessun singolo titolo di giornale, perché non accade in un momento preciso. Accade nel tempo, come un’erosione. Il 2026 ha reso questa erosione visibile. I numeri sono lì, e sono difficili da ignorare.

Il commercio globale non teme il petrolio caro. Teme il caos. È una distinzione che sembra sottile ma che ha conseguenze enormi per chiunque gestisca una supply chain, un contratto di trasporto o un piano industriale con orizzonte a dodici mesi.

Secondo un’analisi del Global Trade Alert - centro indipendente che monitora commercio e protezionismo internazionale - non è tanto il livello elevato del petrolio a mettere in difficoltà gli scambi globali, quanto la volatilità dei prezzi, che è quasi del 60% superiore ai livelli prebellici. Un mondo in cui il greggio costa molto ma rimane stabile è gestibile. Le economie produttrici incassano di più, quelle importatrici si adattano. Quando invece il prezzo oscilla violentemente da una settimana all’altra, si inceppa il meccanismo stesso della pianificazione economica: le coperture sui carburanti diventano più costose, i contratti di trasporto vengono rinegoziati, le scorte vengono ridotte per minimizzare l’esposizione.

L’analisi stima che le persistenti fluttuazioni dei prezzi del petrolio porterebbero a una contrazione della crescita del commercio globale dell’1,75% entro la fine del prossimo anno, rispetto alle aspettative prebelliche. Un numero che diventa ancora più pesante se letto accanto alle proiezioni del World Trade Organization: l’organizzazione ha avvertito che prezzi energetici sostenuti potrebbero rallentare la crescita del commercio globale dal 4,6% del 2025 all’1,9% nel 2026, con ulteriori rischi al ribasso se la crisi dovesse persistere.

I dati storici: il 2026 non è il 2020, ma quasi

Per capire quanto sia straordinario quello che sta accadendo, bisogna uscire dall’attualità e guardare la serie storica. I dati sul WTI dal 1984 a oggi raccontano una storia precisa.

La volatilità annualizzata del petrolio nel 2026, misurata fino all’8 maggio, si attesta al 69,71%: la seconda più alta nella storia della serie, superata solo dal 2020 - l’anno del crollo pandemico e dei prezzi negativi. La media storica è del 37%. Il movimento medio assoluto giornaliero è del 3,01%, contro una media storica dell’1,66%. Ma il dato più anomalo è un altro: il range intraday medio - cioè l’ampiezza delle oscillazioni all’interno di una singola seduta di borsa - è del 6,27%, contro una media storica del 2,98%. Su questo indicatore il 2026 è al primo posto assoluto nella storia della serie.

Il confronto corretto, quello tra lo stesso periodo gennaio-8 maggio nei vari anni, conferma che episodi di volatilità comparabile sono esistiti - 2020, 1991, 1986, 2009 - ma che il 2026 è il quinto anno più estremo di sempre su questo orizzonte temporale, e il primo in assoluto per violenza dei movimenti intraday. La crisi non è distribuita uniformemente: gennaio e febbraio erano ancora compatibili con una volatilità storica ordinaria. La frattura statistica arriva in marzo, con una volatilità annualizzata mensile dell’87,9% e un range intraday medio del 10,27%. Aprile peggiora ulteriormente, con il 96,6%. Non si tratta di picchi isolati: è un cambio di regime.

Hormuz: il collo di bottiglia che ha cambiato tutto

Il catalizzatore di questa crisi ha un nome geografico preciso. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso al traffico marittimo dal 28 febbraio 2026, data in cui sono iniziate le operazioni militari. Attraverso quello stretto transita quasi il 20% dell’offerta petrolifera globale.

I combattimenti nel Golfo Persico hanno mantenuto i mercati concentrati sullo Stretto di Hormuz, rimasto largamente chiuso da fine febbraio, interrompendo i flussi globali di greggio e creando uno shock dell’offerta di prima grandezza. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che il conflitto sta rimuovendo circa 14 milioni di barili al giorno dall’offerta globale. Dati alla mano, l’EIA stima che Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrain abbiano collettivamente tagliato 7,5 milioni di barili al giorno di produzione greggia in marzo, con i tagli saliti a 9,1 milioni di barili al giorno in aprile.

Il risultato si legge nelle sedute di borsa. Tra il 6 marzo e il 17 aprile si sono concentrate le giornate di mercato più estreme della serie storica recente: il 6 marzo il WTI balza del 12,21% in una sola seduta; il 23 marzo crolla del 10,36%; il 2 aprile sale dell’11,41%; l’8 aprile precipita del 16,41%. Brent ha superato i 100 dollari al barile, con picchi segnalati fino a 119 dollari a metà marzo 2026.

Gli analisti: accordo sullo shock, disaccordo sulla durata

Di fronte a questo scenario, il consenso degli analisti presenta una curiosa struttura: quasi tutti concordano sulla natura eccezionale dello shock, ma divergono in modo molto netto sulle sue conseguenze di prezzo. La forbice è raramente così ampia.

Goldman Sachs è stata la banca più reattiva allo shock del conflitto, alzando la propria media 2026 per il Brent a 85 dollari e proiettando prezzi superiori a 110 dollari durante il picco di disruzione a Hormuz. Morgan Stanley ha alzato la propria stima annuale per il Brent a 80 dollari. Citi ha rivisto al rialzo le proprie previsioni sul Brent per il resto del 2026, con un caso base a 110 dollari nel secondo trimestre, 95 nel terzo e 80 nel quarto. In uno scenario rialzista - in cui i flussi attraverso lo Stretto rimangono interrotti fino alla fine di giugno - la banca vede il Brent che tocca i 150 dollari.

Goldman Sachs ha avvertito che il Brent potrebbe fare media sopra i 100 dollari per l’intero anno 2026 se lo Stretto di Hormuz dovesse restare sostanzialmente chiuso per un altro mese, precisando di vedere i rischi alla previsione di prezzo come orientati al rialzo. Sul fronte opposto, J.P. Morgan mantiene una visione strutturalmente ribassista, con il Brent atteso in media attorno a 60 dollari nel 2026, argomentando che i fondamentali di domanda e offerta rimangono deboli e che le disruzioni geopolitiche difficilmente produrranno interruzioni prolungate dell’offerta.

L’inusuale ampiezza del range - da circa 60 a oltre 110 dollari al barile a seconda dell’istituzione - riflette un’unica incognita fondamentale: per quanto tempo lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso. Prima del conflitto, i previsori concordavano ampiamente su un anno ribassista dominato dal surplus. Da allora, ogni istituzione ha fatto assunzioni diverse sulla durata del conflitto, la capacità di ridirezionamento del Golfo e l’impatto sulla domanda.

I costi reali: dalle fabbriche ai consumatori

La teoria economica diventa concreta nei bilanci delle imprese. La tedesca Continental ha dichiarato almeno cento milioni di euro di costi aggiuntivi legati alle materie prime petrolchimiche utilizzate nella produzione degli pneumatici. Colgate-Palmolive ha stimato impatti per centinaia di milioni di dollari tra materie prime e logistica.
Non sono ancora numeri da recessione globale, ma il meccanismo di trasmissione è noto e documentato. Gli effetti degli shock energetici non arrivano subito: possono richiedere fino a diciannove mesi per manifestarsi pienamente. È per questo che molti indicatori di superficie sembrano ancora tenere. Le catene logistiche orientate al consumatore - e-commerce, trasporto merci, consegna dell’ultimo miglio - stanno assorbendo aumenti di costi che si trasferiranno eventualmente ai prezzi al consumo.

Il World Economic Forum ha rilevato che quasi tre imprenditori su quattro ora considerano la resilienza un investimento prioritario, con il 74% che la vede come un fattore di crescita piuttosto che un costo. È un segnale indiretto ma significativo: le aziende stanno smettendo di ottimizzare le catene di fornitura per l’efficienza e stanno iniziando a costruirle per la sopravvivenza.

Perché 150 dollari stabili sarebbero migliori di 90 dollari caotici

Il titolo di questo articolo non è una provocazione. È una sintesi di ciò che la letteratura economica sull’energia dice da decenni e che il 2026 sta dimostrando in modo particolarmente evidente.

Un prezzo del petrolio elevato ma prevedibile cambia i numeri di un’economia, ma non ne distrugge la logica. Le imprese aggiustano i listini, rinegoziamo i contratti di lungo periodo, le banche centrali calibrano la politica monetaria. I Paesi esportatori beneficiano, i Paesi importatori soffrono, ma entrambi pianificano. Quando invece il prezzo oscilla del 16% in una singola seduta - come è accaduto l’8 aprile - nessuno può pianificare nulla. L’incertezza stessa diventa il problema principale, più del prezzo.

Guardando i dati statistici del WTI nel 2026: quindici sedute con movimenti superiori al 5% in meno di quattro mesi, sei sedute con movimenti superiori al 10%. La media storica per quest’ultimo dato è 1,5 per anno. Il 2026 ne ha già accumulati sei prima di maggio. Ogni giornata di quel tipo è una giornata in cui nessun responsabile acquisti, nessun direttore finanziario, nessun armatore può fare calcoli affidabili. L’economia non si ferma, ma rallenta - e rallenta in modo asimmetrico, colpendo prima e più duramente le catene più lunghe e più esposte.

Cosa dicono i mercati oggi

Al termine della settimana dell’8 maggio, il WTI si aggirava intorno a 95 dollari al barile e il Brent attorno a 101, dopo una settimana di cali di circa il 6-7%: nuovi scontri tra Usa e Iran avevano sollevato dubbi sulla tenuta di un fragile cessate il fuoco, ma il presidente Trump aveva dichiarato che l’accordo era ancora in vigore nonostante gli scambi di fuoco.

Il mercato continua a operare in un regime di ambiguità strategica: ogni segnale diplomatico produce un calo dei prezzi, ogni episodio militare li fa risalire. I mercati delle opzioni offrono un’esposizione asimmetrica agli scenari estremi di Goldman senza richiedere un impegno direzionale pieno verso un Brent a 120 dollari. È la traduzione finanziaria di un problema più semplice: nessuno sa, in questo momento, cosa varrà il petrolio tra sessanta giorni. E questa ignoranza ha un costo che si paga ogni giorno.