Negli ultimi decenni l’Asia è stata sinonimo di crescita economica accelerata, mentre l’Africa è rimasta spesso associata a instabilità e povertà strutturale. Eppure i dati macroeconomici più recenti aprono uno scenario inedito: nel breve periodo il continente africano potrebbe crescere, in media, più rapidamente di quello asiatico. Sarebbe la prima volta nella storia economica moderna e, anche se dovesse trattarsi di un sorpasso temporaneo, il segnale è tutt’altro che irrilevante.
Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, l’Africa subsahariana ha chiuso il 2025 con una crescita attorno al 4,1%, nonostante conflitti armati, colpi di Stato e forti tensioni politiche in diverse aree del continente. Per il 2026 la previsione sale al 4,4%, sostenuta da fattori esterni favorevoli come il dollaro debole, che riduce il peso del servizio del debito, e i prezzi elevati delle materie prime, in particolare oro e rame. Nello stesso periodo, l’Asia dovrebbe rallentare fino a circa il 4,1%, soprattutto a causa della decelerazione cinese.
Il rallentamento della Cina è centrale per comprendere questa dinamica. Per oltre quarant’anni Pechino è stata il motore della crescita asiatica, con tassi medi prossimi al 10% annuo che hanno trasformato un’economia povera da 150 miliardi di dollari a una potenza da circa 20 mila miliardi. Ma l’avvicinamento allo status di paese a reddito medio-alto, l’invecchiamento della popolazione e la riduzione della forza lavoro rendono impossibile replicare quei ritmi. Oggi l’economia cinese è circa sette volte più grande di quella africana, pur avendo una popolazione comparabile, ma proprio questa maturità economica ne limita il potenziale di crescita futura.
L’Africa, al contrario, non sta vivendo una fase di decollo, bensì una sorta di galleggiamento. All’inizio degli anni Duemila il continente cresceva più velocemente, spinto dalla domanda cinese di materie prime e dagli investimenti infrastrutturali. Fu allora che prese piede la narrativa di “Africa Rising”, rivelatasi in seguito eccessivamente ottimistica. Negli anni successivi, debito elevato, politiche economiche inefficaci, corruzione, conflitti e shock globali hanno frenato il percorso. I flussi di capitale restano insufficienti, i tassi di risparmio bassi e la frammentazione in 54 economie limita la scala e l’attrattività per gli investitori internazionali.
Guardare alle medie, però, rischia di nascondere differenze importanti. Alcuni paesi africani mostrano da tempo performance solide. La Costa d’Avorio cresce tra il 6 e il 7% da oltre quindici anni, grazie alla stabilizzazione politica e alla diversificazione economica, e punta a raggiungere lo status di paese a reddito medio-alto entro il 2035 sfruttando anche le nuove entrate da petrolio e gas. Etiopia, Ghana, Rwanda, Senegal e Mauritius hanno registrato lunghi periodi di crescita sostenuta, talvolta nonostante guerre civili, crisi politiche o default del debito. Non a caso, secondo il FMI, almeno metà delle venti economie a più rapida crescita nel mondo nei prossimi anni sarà africana.
Questo non significa che il continente abbia imboccato una traiettoria di trasformazione strutturale paragonabile a quella asiatica. Una crescita del 4 o 5% annuo, infatti, è in larga parte assorbita dall’aumento della popolazione. Il miglioramento del reddito pro capite resta quindi limitato al 2-3%, troppo poco per ridurre rapidamente la povertà e creare una vasta classe media. Per replicare il modello asiatico servirebbero tassi di crescita sostenuti intorno al 7% per periodi prolungati.
Le incognite sono molte. In molte aree mancano ancora le basi per un’industrializzazione su larga scala: energia affidabile, infrastrutture adeguate, sistemi educativi capaci di garantire competenze diffuse. Inoltre, nell’era dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, non è affatto certo che il tradizionale percorso di sviluppo basato sulla manifattura ad alta intensità di lavoro sia ancora disponibile per i paesi che arrivano tardi alla crescita.
Nonostante ciò, la posta in gioco è enorme e riguarda l’intero pianeta. Entro il 2050 oltre un quarto della popolazione mondiale sarà africana e il continente avrà una forza lavoro potenzialmente più ampia di quella di Cina e India messe insieme. Se l’Africa riuscirà a trasformare questo potenziale demografico in sviluppo economico, ne beneficerà l’equilibrio globale. In caso contrario, le conseguenze – economiche, sociali e geopolitiche – saranno impossibili da ignorare.