Perché la sovranità industriale e tecnologica europea è solo un’illusione?

Redazione Money Premium

8 Ottobre 2024 - 07:12

Negli anni ‘90, l’Europa produceva il 25% dei semiconduttori mondiali, ma oggi questa quota è scesa sotto il 10%. Gran parte della produzione non riguarda tecnologie all’avanguardia inferiori a 10nm.

Perché la sovranità industriale e tecnologica europea è solo un’illusione?

Il grande piano dell’Europa per la sovranità industriale e tecnologica rischia di disintegrarsi.La tanto attesa rinascita dei semiconduttori sembra essere in stallo. Il progetto chiave doveva essere un’iniziativa da 30 miliardi di euro del colosso statunitense Intel, che prevedeva la costruzione di due fabbriche all’avanguardia nei pressi di Magdeburgo, in Germania.

Una terza sarebbe stata finanziata dallo Stato tedesco, rendendo l’operazione la più costosa nella storia del paese. Queste fabbriche sarebbero state in grado di produrre chip con una tecnologia di punta a 1,8 nanometri (nm), destinati a settori come l’intelligenza artificiale, il 5G, la guida autonoma e le armi avanzate.
Tuttavia, la costruzione, che doveva iniziare nel 2023, è stata rimandata a causa di dispute sui sussidi statali e questioni legate a siti archeologici e al suolo locale. Intel ha recentemente annunciato che l’intero progetto, insieme a un altro sito in Polonia, è sospeso per altri due anni.

Intel stessa sta attraversando una fase critica dopo aver perso il boom degli smartphone e la prima ondata dell’intelligenza artificiale. La società sta riducendo il personale di 15.000 unità a livello globale e ritirandosi negli Stati Uniti, dove sta puntando su quattro fabbriche avanzate in Arizona e Ohio grazie ai 280 miliardi di dollari del «Chips and Science Act», il piano di sicurezza nazionale degli USA per riconquistare l’autosufficienza nei semiconduttori.
Negli anni ‘90, l’Europa produceva il 25% dei semiconduttori mondiali, ma oggi questa quota è scesa sotto il 10%, e la maggior parte della produzione non riguarda tecnologie all’avanguardia inferiori a 10nm. L’UE ha approvato il proprio «Chips Act», promettendo 43 miliardi di euro per catturare il 20% del mercato globale entro il 2030. Ma questo obiettivo è irrealistico. I fondi effettivamente disponibili a livello europeo ammontano a soli 3,3 miliardi di euro, e parte di questi provengono da programmi già esistenti come Horizon Europe.

Per raggiungere la soglia dei 2nm, partendo da zero, servirebbero almeno 500 miliardi di euro e una quantità di competenze specialistiche che l’Europa non possiede. Inoltre, i costi salariali in Europa sono del 40% più alti rispetto a Taiwan, che ha già un ecosistema industriale consolidato. Le difficoltà sono accentuate dal fatto che i prezzi dell’elettricità in Europa sono mediamente superiori del 158% rispetto a quelli statunitensi, e le fabbriche di semiconduttori richiedono enormi quantità di energia.
Mentre il Regno Unito concentra il suo fondo per i semiconduttori da 1 miliardo di sterline su nicchie di mercato in cui ha un vantaggio competitivo, l’UE dovrebbe fare altrettanto, puntando sulle sue aree di eccellenza come i sensori, la litografia, l’ottica o il calcolo quantistico, piuttosto che inseguire illusioni di grandezza.

Un altro grande piano europeo, quello per le gigafactory di batterie, non sta andando meglio. BMW ha cancellato un ordine da 2 miliardi di euro per celle di batterie al litio dalla start-up svedese Northvolt, una delle più promettenti in Europa. L’azienda non è stata in grado di consegnare le celle in tempo, e il contratto è stato affidato a Samsung SDI in Corea del Sud.
Northvolt, pur essendo una società di eccellenza, ha incontrato difficoltà in un mercato globale spietato. La sua scommessa sulle batterie NMC, basate su nichel e cobalto, si è rivelata rischiosa proprio mentre la Cina sta virando verso le più economiche e sicure batterie LFP (litio-ferro-fosfato). Northvolt ha dovuto sospendere la produzione di catodi nella sua fabbrica principale in Svezia e acquistare i materiali dall’Asia, mentre altri impianti in Germania, Svezia e Canada sono sotto revisione.

Anche altre iniziative europee nel settore delle batterie stanno arrancando. La norvegese Freyr ha abbandonato i piani per produrre batterie per veicoli elettrici in Europa, spostando la produzione negli Stati Uniti per sfruttare i benefici dell’Inflation Reduction Act. Volkswagen, che aveva pianificato sei gigafactory, ne ha avviata solo una e ha cancellato un progetto in Sassonia.
La dipendenza dalle forniture asiatiche è ancora forte, soprattutto per le batterie: ’azienda tedesca sta subendo le conseguenze per non aver investito in tempo nelle tecnologie EV, mentre la Cina ha già triplicato la sua capacità produttiva di batterie.

Mario Draghi ha ragione nel sostenere la necessità di un massiccio piano di investimenti per rendere l’Europa competitiva, ma ciò richiederebbe una riforma radicale dei trattati europei, con l’introduzione di un vero e proprio tesoro centrale europeo, una realtà che ancora non esiste.