Perché l’Islanda può diventare il prossimo Stato membro dell’UE?

Redazione Money Premium

30/07/2025

Membro dell’Area Economica Europea, l’Islanda torna in corsa: Bruxelles la guarda con favore, Reykjavik riflette sul passo storico.

Perché l’Islanda può diventare il prossimo Stato membro dell’UE?

Quando si parla di futuro allargamento dell’Unione Europea, i nomi che circolano più frequentemente sono quelli dei Balcani occidentali e dei paesi dell’Est: Montenegro, Albania, Moldavia. Tuttavia, uno dei candidati più solidi e meno discussi si trova a nord, nel cuore dell’Atlantico: l’Islanda.

Reykjavík ha sospeso i negoziati per l’adesione nel 2013, ma la candidatura non è mai stata ritirata formalmente. Non solo: in soli tre anni di trattative, il Paese ha aperto quasi tutti i 33 capitoli dell’acquis comunitario e ne ha già chiusi 11. Un confronto che penalizza persino il più avanzato degli attuali candidati, il Montenegro, fermo a 7 capitoli chiusi in oltre un decennio.
Nel 2024, un nuovo governo islandese ha annunciato l’intenzione di sottoporre la questione dell’adesione a referendum entro il 2027. Secondo i sondaggi, la maggioranza della popolazione sarebbe favorevole alla ripresa dei negoziati. Ma la questione dell’effettiva adesione divide ancora profondamente il Paese.

I motivi del rinnovato interesse non sono solo economici, ma anche strategici. Da una parte, l’Islanda è già fortemente integrata con l’UE attraverso l’Area Economica Europea (EEA), che consente l’accesso al mercato unico e impone l’adozione di buona parte delle normative comunitarie. Dall’altra, le recenti tensioni tra Stati Uniti ed Europa e l’attivismo crescente di Russia e Cina nell’Artico rendono l’adesione all’UE una scelta che guarda alla sicurezza e alla stabilità a lungo termine.

L’Islanda, membro fondatore della NATO ma priva di un esercito, affida ancora oggi la propria difesa agli Stati Uniti sulla base di un accordo bilaterale del 1951. Tuttavia, Washington ha da tempo ridimensionato la propria presenza militare sull’isola, lasciando emergere una crescente vulnerabilità percepita, anche alla luce delle dichiarazioni dell’amministrazione Trump sull’annessione della Groenlandia.

Bruxelles ha colto il segnale: durante una visita ufficiale nel 2025, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha promesso un rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza, protezione delle infrastrutture critiche (come i cavi sottomarini) e cyberdifesa. Un nuovo accordo in tal senso è atteso entro fine anno.

Sotto il profilo economico, l’adesione dell’Islanda sarebbe quasi indolore: il PIL pro capite supera la media UE e le istituzioni sono solide e trasparenti. Con una popolazione di circa 370.000 abitanti, sarebbe lo Stato membro più piccolo dell’Unione. Ma due settori fanno da freno: pesca e agricoltura.

Entrambi sono esclusi dall’EEA per ragioni ben precise. L’Islanda teme che l’ingresso nella Politica Agricola Comune (PAC) possa compromettere la competitività del suo settore primario, inondando il mercato locale con prodotti europei a basso costo.

Ma è la pesca a rappresentare il nodo più delicato. Il Paese rivendica una gestione autonoma ed efficace delle proprie risorse ittiche all’interno della sua zona economica esclusiva (200 miglia nautiche), considerata una delle più sostenibili al mondo. Bruxelles, invece, chiede l’apertura delle acque ai pescherecci di altri Stati membri – una richiesta che Reykjavík ha sempre rifiutato con fermezza.
A questo si aggiunge la controversa pratica della caccia alle balene, ancora consentita in Islanda ma in netto contrasto con le politiche ambientali dell’UE, che sostiene una moratoria globale.

Oltre agli aspetti economici e ambientali, c’è un nodo ancora più profondo: la questione della sovranità. L’Islanda è un Paese orgogliosamente indipendente, che ha fatto della propria distanza (fisica e politica) dal continente europeo una cifra identitaria. La resistenza all’idea di cedere parte della propria autonomia decisionale a Bruxelles è ancora molto forte, soprattutto tra i partiti conservatori e agrari.

Nonostante ciò, l’Islanda è uno dei Paesi europei più democratici, trasparenti e compatibili con i valori dell’Unione. E il fatto che sia un Paese occidentale, ricco, stabile e integrato, rende la sua adesione appetibile per Bruxelles – soprattutto dopo la ferita simbolica della Brexit.
Il futuro dell’adesione islandese resta incerto. Molti passaggi dipendono dalla volontà popolare e dagli sviluppi politici interni. Ma se il referendum venisse approvato, l’iter potrebbe procedere rapidamente: la candidatura è ancora attiva, gran parte delle norme UE è già applicata, e la volontà reciproca – anche se non ufficialmente dichiarata – sembra esserci.

L’Islanda ha già un piede nell’Unione. Ora si tratta di capire se vorrà metterci anche l’altro.

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