Il Giappone ha bruciato tre decenni in una spirale che sembrava lontana. I numeri europei del 2026 raccontano qualcosa di diverso da quello che ci si aspetterebbe.
Il Giappone ha trascorso tre decenni intrappolato in una trappola che l’Europa sembrava osservare da lontano, quasi immune. Ma cosa succederebbe se quella stessa trappola stesse per scattare anche da questo lato del mondo, magari più velocemente di quanto chiunque si aspetti? Per capire perché il Giappone sia oggi lo specchio più nitido in cui l’Europa potrebbe riconoscersi occorre partire dalla sequenza storica che ha portato Tokyo dove si trova adesso, e poi sovrapporre quella sequenza a ciò che sta accadendo nell’eurozona in questo preciso momento.
Quando gli economisti parlano di «debt spiral», ovvero la spirale auto-alimentante del debito sovrano, citano quasi sempre il Giappone come caso di studio canonico. La sequenza è nota: lo scoppio della doppia bolla immobiliare e azionaria nei primi anni Novanta ha innescato una risposta fiscale e monetaria che si potrebbe definire senza precedenti per l’epoca. Tokyo ha risposto con deficit crescenti, tassi compressi vicino allo zero per un periodo che si è esteso oltre ogni previsione iniziale, e infine con un programma massiccio di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca del Giappone, trasformando di fatto l’istituto centrale in principale finanziatore del debito pubblico.
Il risultato, trent’anni dopo, sembrerebbe quasi surreale a uno sguardo esterno: un debito pubblico che supera il 250% del PIL, una valuta che negli ultimi cinque anni avrebbe perso una quota rilevante del proprio potere d’acquisto reale, e una popolazione di risparmiatori che ha reagito a questa erosione silenziosa acquistando XAUUSD in quantità record. Questo dettaglio non è un aneddoto marginale. Quando i cittadini di un Paese iniziano ad abbandonare in massa i titoli denominati nella propria valuta per rifugiarsi in un bene fisico che non può essere emesso da nessuna banca centrale, il segnale che si genera potrebbe essere interpretato come una frattura strutturale nella fiducia verso il sistema monetario, non una semplice correzione ciclica. [...]
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