Incredibile ma vero. Le azioni, le obbligazioni e il mondo del credito sembrano in gran parte impassibili rispetto agli sviluppi geopolitici del finesettimana, nonostante le fondamenta di questo ultimo rally appaiano sempre più fragili, tra l’inerzia delle politiche economiche di Trump e la persistente incertezza sul fronte macroeconomico dell’economia USA.
Dopo il bombardamento americano sull’Iran di questo weekend temevo aperture delle borse europee il 23 giugno piuttosto pesanti. E invece no. I future sull’azionario statunitense sono leggermente in calo prima dell’apertura dei mercati di lunedì, visto che alle 14.00 il future su SP500 segna un -0,05% e quello su Nasdaq segna un -0,03%.
Nessuna variazione dell’indice di volatilità VIX sulle opzioni dell’SP500 che, come potete vedere dal grafico Bloomberg qui sotto, non riesce a superare il 22%
INDICE DI VOLATILITÀ VIX
FONTE: BLOOMBERG
Mi aspettavo qualcosa dal mondo obbligazionario: le possibili ritorsioni dell’Iran sullo stretto di Hormutz potevano impensierire i mercati obbligazionari per via di timori di innalzamento del prezzo del petrolio sino agli 80-90 dollari e quindi risvegliare le aspettative inflazionistiche e far rialzare i rendimenti (mi aspettavo cioè vendite sui bond governativi).
Niente di più falso. La mattina di lunedì i rendimenti sul Bund e sul Btp stanno addirittura scendendo di 3bps rispetto a venerdì e il Bund 10y segna un 2,50% mentre il nostro Btp a 10y segna un 3,48% I rendimenti obbligazionari sono in lieve diminuzione. Anche qui ci viene in soccorso il grafico del future sul Bund di Bloomberg che segna una calma piatta.
PREZZO DEL FUTURE SUL BUND QUOTATO ALL’EUREX
FONTE: BLOOMBERG
Sono anche andato a vedere cosa è successo nel mondo del credito, soprattutto quello americano, per osservare gli spread di credito sopra la curva dei Treasury fossero al rialzo, ma niente di che: anche qui Bloomberg mi dice che i contratti CDS a 5 anni sul debito High Yield USA sintetizzati dall’indice CDX HY 5y on hanno subito alcuna variazione di rilievo, come potete osservare dal grafico sottostante:
INDICE SINTETICO DEI PREZZI DEI CONTRATTI DI CDS SU 100 EMISSIONI HIGH YIELD DEL MERCATO USA
FONTE: BLOOMBERG
Certo l’effetto realmente tangibile sta sui prezzi del future su petrolio: dal grafico sottostante si vede come la notizia degli attacchi militari israelo-americani sull’Iran abbia comportato uno spike del WTI quasi in prossimità degli 80 dollari barile. Ma se osservate bene l’analisi tecnica, questo rialzo non è stato così pronunciato come ci si aspettava, e il prezzo del WTI sta di fatto ancora oscillando all’interno del canale ribassista evidenziato dal corridoio fra le 2 linee bianche parallele.
Non escludo che a breve (1 oppure 2 settimane), svanita la paura della chiusura dello stretto di Hormutz (non conviene nemmeno all’Iran attuare questa pratica “suicida”) il WTI possa rientrare in area 68-70 dollari barile, e scendere sino a riagganciarsi alla media mobile a 200gg (linea gialla del grafico, posta a 68,3 dollari barile).
PETROLIO WTI CONSEGNA AGOSTO DAL 2022 AD OGGI
FONTE: BLOOMBERG
Insomma, nulla di paragonabile a ciò che successe dal 4 aprile all’8 aprile, dopo il Liberation Day inaugurato da TRUMP nel giardino della casa bianca il 2 aprile 2025.
I mercati guardano ad altro.
Con l’inizio della settimana e un fitto calendario macroeconomico all’orizzonte, l’attenzione sembra destinata a spostarsi dagli sviluppi geopolitici nuovamente verso i dati economici e il percorso della politica monetaria della Fed.
La Federal Reserve torna sotto i riflettori questa settimana, con la testimonianza semestrale del presidente Jerome Powell davanti al Congresso, evento di punta a partire da martedì. Powell ha pochi spunti per modificare il suo recente messaggio improntato alla pazienza e sembra pronto a rafforzare l’approccio basato sui dati, come illustrato nella conferenza stampa della scorsa settimana — con disappunto di Trump e di alcuni membri del Congresso, che preferirebbero vedere la banca centrale tagliare i tassi d’interesse.
Se i future sull’azionario statunitense hanno oscillato poco mentre gli investitori valutavano il rischio che l’Iran possa ostacolare i flussi petroliferi dal Medio Oriente in risposta agli attacchi americani contro le sue infrastrutture nucleari e se i prezzi del greggio hanno già ridotto i guadagni iniziali del 23 giugno, vuol dire che i mercati si preoccupano di altro.
I mercati stanno valutando che la risposta dell’Iran potrebbe non essere così drammatica. Il mercato sta quindi assorbendo un evento geopolitico in corso, ritenendo che questa guerra tra Israele e Iran, in apparenza, non cambia la direzione generale del trend azionario.
Anche perché si ha la sensazione che Trump – nonostante le dichiarazioni - non sia intenzionato realmente a proseguire i bombardamenti per conto di Israele. Metà del partito repubblicano pensa che questa guerra sia una cosa che no n riguarda gli americani, non è coerente con la campagna elettorale che ha fatto Trump nel 2024, e pensa che i problemi da risolvere siano altri in USA (debito pubblico, deficit pubblico, guerra sui dazi). E Trump non può non ascoltare le voci di dissenso tra i repubblicani, in vista soprattutto delle mid-term elections del 2026.
La reazione del mercato è stata quindi generalmente contenuta sin dal primo attacco israeliano all’Iran di questo mese. Anche dopo due settimane di ribassi, l’S&P 500 è solo circa il 3% al di sotto del suo massimo storico di febbraio.
Le perdite aggiuntive nei prossimi giorni per i listini potrebbero essere limitate, poiché alcuni investitori si erano già posizionati in previsione di un’escalation del conflitto. L’esposizione azionaria da parte dei gestori di fondi è stata già ridotta e non di poco e i fondi sono “scarichi” di azioni e i titoli non risultano più in territorio di ipercomprato.
Non prevedo la chiusura dello Stretto di Hormuz, ma vedo un periodo di incertezza che dura alcune settimane, ma senza una rapida escalation.
Dobbiamo invece fare attenzione all’evolversi di tre fattori fondamentali per i mercati finanziari nel 2025:
- la politica monetaria della Fed,
- i risultati trimestrali del 2° Q delle aziende americane (trimestre che si chiuderà il 30 giugno e che vedrà i primi annunci a partire dalla prima settimana di luglio),
- l’evolversi della guerra sui dazi.
La prudenza è d’obbligo quindi, ma per altre ragioni, ben diverse dal conflitto Iran-Israele.
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