Nuovo record delle importazioni e calo della produzione locale. Si può riassumere così il recente rapporto tra l’Unione Europea e il petrolio che, nonostante la crescita delle rinnovabili, resta la componente primaria del mix energetico europeo. Una materia prima per numerosi derivati di uso quotidiano (come la benzina) e da sempre al centro di delicati equilibri geopolitici.
Nel 2022 il greggio e i prodotti petroliferi hanno rappresentato circa il 37% delle fonti energetiche disponibili in Europa, a livelli ben più alti di gas naturale (21%) ed energie rinnovabili (18%). In Italia la situazione sul petrolio è allineata alla media europea: 37% di prodotti petroliferi sul totale della disponibilità energetica lorda nazionale.
Per il proprio fabbisogno l’Ue produce una parte di energia all’interno dei confini, circa un terzo del totale, mentre per gli altri due terzi deve importarla. Si parla di tasso di dipendenza dalle importazioni di energia per misurare quanto l’Ue deve fare affidamento sull’energia importata per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. Si misura considerando le importazioni nette, ossia il valore delle importazioni meno il valore delle esportazioni, sul consumo interno lordo di energia (energia prodotta più le importazioni nette).
Nel 2022 il tasso di dipendenza dell’Ue dalle importazioni di energia è stato del 63%: in altri termini, il 63% del fabbisogno energetico dell’Ue è stato coperto grazie alle importazioni. E nello specifico per il petrolio? In questo caso la dipendenza è parecchio più alta, al 97,7%. A ben vedere si può parlare quasi di una dipendenza assoluta, considerando anche che la produzione interna è in calo.
Fino al 2022 il petrolio importato in Europa proveniva principalmente da Russia (21%), Stati Uniti (11%) e Norvegia (11%): si tratta degli stessi paesi da cui l’Ue importa anche il gas naturale. Ma dopo l’invasione russa dell’Ucraina, a causa delle sanzioni imposte a Mosca da parte di Bruxelles, le origini delle importazioni sono cambiate. La quantità di petrolio in arrivo dalla Russia si è ridotta notevolmente, calando di 24,5 milioni di tonnellate nel 2022, compensate dall’aumento delle quote in arrivo da Arabia Saudita, Norvegia e Usa.
La produzione in Europa è in calo ormai da vent’anni, dopo il picco del 2004 (41,8 milioni di tonnellate). Nel 2022 ha continuato a diminuire sensibilmente, fermandosi a quota 16,3 milioni di tonnellate: in calo del 7,4% rispetto al 2021. Si tratta del valore più basso di sempre. La flessione ha riguardato tutti i principali produttori, tra cui spicca l’Italia, che è prima in Europa con 4,5 milioni di tonnellate nel 2022 (in calo dell’8% rispetto al 2021), davanti a Danimarca (3,2) e Romania (3 milioni).
Il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica stima le riserve di greggio in Italia distinguendole tra “certe”, ossia quelle che hanno una probabilità di esistenza superiore al 90%), “probabili” (superiore al 50%) e “possibili” (inferiore al 50%). Secondo l’aggiornamento al 31 dicembre 2021, in Italia esistono 78,8 milioni di tonnellate di greggio certe, 77,5 milioni probabili e 51 milioni possibili. La maggior parte delle riserve, oltre l’85%, è concentrata nelle regioni del Sud, specialmente in Basilicata e Sicilia.
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