Pensioni, rivalutazione parziale fino al 2023: cosa significa e quanto si perde

Pensioni: la Legge di Bilancio rinvia l’entrata in vigore di una rivalutazione più favorevole. I pensionati dovranno attendere fino al 2023.

Pensioni, rivalutazione parziale fino al 2023: cosa significa e quanto si perde

Pensioni: continuano le polemiche dei sindacati per la decisione del Governo di prorogare - “con sole 3 parole” - il termine di validità del sistema di rivalutazione degli assegni così come modificato dalle Leggi di Bilancio del 2019 e 2020.

Nell’ultima bozza della Legge di Bilancio 2021, infatti, si legge il rinvio al 1° gennaio del 2023 per il ritorno ad un meccanismo di rivalutazione maggiormente favorevole per i pensionati, specialmente per coloro che hanno una pensione di importo medio-alto.

Come noto, ogni inizio anno l’importo delle pensioni viene adeguato al costo della vita. Questo procedimento - conosciuto come rivalutazione o perequazione - fa sì che l’importo dell’assegno non perda potere d’acquisto con il trascorrere del tempo; per questo motivo all’inizio del nuovo anno questo viene adeguato tenendo conto della variazione dell’indice dei prezzi accertata dall’ISTAT.

Tuttavia, il Governo ha sempre posto dei paletti alla rivalutazione delle pensioni, stabilendo che questa dovesse essere piena solamente per gli assegni che non superano una certa soglia (che vedremo di seguito). L’attuale sistema è frutto di quanto stabilito dalle ultime due manovre finanziarie e - qualora quanto previsto dalla bozza della Legge di Bilancio 2021 dovesse essere realmente ufficializzato - sarà in vigore fino al 1° gennaio 2023.

I sindacati non ci stanno poiché questi da tempo chiedono di prevedere una rivalutazione più favorevole per i pensionati. Per questo viene definita inaccettabile la proroga - tra l’altro introdotta “senza darne notizia alcuna” - contenuta nell’ultima bozza della manovra finanziaria.

Ma quanto si perde davvero con questo meccanismo per la rivalutazione delle pensioni? La UIL ci ha fornito qualche cifra; ecco qual è l’impatto sulle pensioni delle ultime decisioni prese dal Governo.

Pensioni: come funziona l’attuale rivalutazione delle pensioni

Ogni anno sulla base dei dati ISTAT viene rilevato un tasso di rivalutazione che verrà utilizzato per adeguare le pensioni al costo della vita.

Tuttavia, questo tasso non verrà applicato al 100% su tutte le pensioni. L’attuale meccanismo, infatti, prevede una rivalutazione parziale per gli assegni che superano una certa soglia, ossia:

  • importo inferiore a 4 volte il trattamento minimo: 100% del tasso di riferimento;
  • importo superiore a 4 volte, ma inferiore a 5 volte: 77% del tasso di riferimento;
  • importo superiore a 5 volte ma inferiore a 6 volte: 52% del tasso di riferimento.;
  • importo superiore a 6 volte ma inferiore a 8 volte: 47% del tasso di riferimento;
  • importo superiore a 8 volte ma inferiore a 9 volte: 45% del tasso di riferimento.;
  • importo superiore a 9 volte il trattamento minimo: 40% del tasso di riferimento.

Pensioni: quanto si perde con il sistema attuale per la rivalutazione delle pensioni

Questo meccanismo è meno favorevole rispetto a quanto previsto originariamente dalla legge 388/2020, nella quale sono previsti tre diversi scaglioni di rivalutazione:

  • 100% per pensione inferiore a 3 volte l’importo minimo;
  • 90% per una pensione di importo compreso tra le 3 e le 5 volte il trattamento minimo;
  • 75% per una pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo.

La speranza dei sindacati era di un ritorno a questo meccanismo già dal 1° gennaio 2022; tuttavia, come anticipato, l’ultima Legge di Bilancio ne sposta il ritorno al 1° gennaio 2023.

La stretta sulla rivalutazione, quindi, continua a provocare danni sugli assegni. Come spiegato dalla UIL, infatti, il freno sulle rivalutazione ha comportato una perdita media di circa 1.000 euro l’anno, sfavorendo perlopiù gli assegni di importo medio-alto.

Per chi percepisce un reddito da 1.568,00€, infatti, la perdita si traduce in un ammanco secco di 960,00€ l’anno e più questo aumento e più cresce l’importo dello “scippo”: la cifra record si tocca per gli assegni da 4.560,00€ al mese, per i quali si perdono 7.190,00€ l’anno.

Va detto, comunque, che per il 2021 questo taglio non dovrebbe avere chissà che conseguenze. Secondo le ultime notizie, infatti, causa Covid la percentuale di rivalutazione per il 1° gennaio 2021 dovrebbe essere pari a zero, in quanto la variazione dell’indice dei prezzi dovrebbe essere negativa.

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