Pensioni, più soldi per gli assegni fino a 2.626 euro e nuovo taglio per chi prende di più

Simone Micocci

19/12/2022

Pensioni, il governo Meloni ci ripensa e cambia nuovamente le percentuali di rivalutazione: più soldi a chi ha un assegno inferiore a 2.626 euro, ma sopra questa soglia il taglio diventa più severo.

Pensioni, più soldi per gli assegni fino a 2.626 euro e nuovo taglio per chi prende di più

Più soldi a chi ha una pensione fino a 2.626 euro, meno a chi guadagna di più: così potremmo riassumere l’ultima modifica in materia di rivalutazione delle pensioni che dovrebbe essere apportata alla legge di Bilancio 2023 con un apposito emendamento che verrà approvato oggi.

Nel dettaglio, l’obiettivo del governo Meloni è di rivedere le percentuali di rivalutazione - ossia quel meccanismo che adegua l’importo dei trattamenti assistenziali e previdenziali tenendo conto della variazione dell’indice dei prezzi registrata nell’ultimo anno - rispetto a come era stato previsto dal testo della legge di Bilancio 2023 come approvato dal Consiglio dei ministri.

Lo scopo è di riconoscere più soldi ai ceti medi, ossia a coloro che hanno una pensione nella fascia compresa tra le 4 (circa 2.100 euro) e le 5 volte (circa 2.626 euro) il trattamento minimo di pensione. Tuttavia, ciò richiederà inevitabilmente più risorse, di cui tuttavia non si dispone: ecco perché allo stesso tempo dovrebbe essere previsto un meccanismo di rivalutazione ancora più severo per le fasce che superano le 5 volte il trattamento minimo.

Nell’attesa che l’emendamento in questione venga approvato, rivedendo così il meccanismo di rivalutazione delle pensioni per il 2023, vediamo in che modo le novità in arrivo potrebbero incidere sugli importi percepiti nel 2023.

Rivalutazione pensioni, cosa prevede la regola generale

Secondo la regola generale, ogni anno pensioni e trattamenti assistenziali vanno adeguati al costo della vita tenendo conto del tasso d’inflazione registrato nei 12 mesi precedenti.

Tuttavia, la rivalutazione è piena solamente al di sotto di un certo importo, ossia fino a 4 volte l’importo del trattamento minimo. Dopodiché sono previste delle riduzioni, ossia una rivalutazione parziale che secondo la regola generale tiene conto delle seguenti percentuali:

  • 90% del tasso di rivalutazione tra le 4 e le 5 volte il trattamento minimo;
  • 75% del tasso di rivalutazione sopra le 5 volte il trattamento minimo.

Una rivalutazione molto favorevole quindi, anche per i redditi più alti. Tuttavia, negli ultimi anni tale meccanismo è stato poco utilizzato, visto che i vari governi hanno apportato diverse modifiche allo schema di rivalutazione così da recuperare risorse per altre misure. È stato però utilizzato nel 2022, quando il tasso di rivalutazione accertato è stato dell’1,9%.

Rivalutazione pensioni in legge di Bilancio 2023

Il tasso di rivalutazione accertato per il 2023, però, è molto più alto: come ufficializzato dall’apposito decreto del ministero dell’Economia, infatti, la percentuale di perequazione accertata è pari al 7,3%.

Si tratta quindi di un incremento senza precedenti, tant’è che secondo le stime allo Stato sarebbe costato circa 4 miliardi di euro attuare la rivalutazione così come prevista dalla regola generale.

Ecco perché il governo Meloni ha deciso di seguire le orme dei suoi predecessori facendo cassa sulla perequazione, rivedendo le suddette percentuali e sostituendole con le seguenti:

  • al 100% del tasso di rivalutazione per gli assegni d’importo inferiore alle 4 volte il trattamento minimo;
  • all’80% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 4 e le 5 volte il trattamento minimo;
  • al 55% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 5 e le 6 volte il trattamento minimo;
  • al 50% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 6 e le 8 volte il trattamento minimo;
  • al 40% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 8 e le 10 volte il trattamento minimo;
  • al 35% del tasso di rivalutazione per gli assegni superiori alle 10 volte il trattamento minimo.

Tuttavia, come anticipato, dopo attente riflessioni, e su spinta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sembra che l’Esecutivo ci abbia ripensato. Nel dettaglio, per chi ha una pensione tra le 4 e le 5 volte il trattamento minimo il taglio diventa meno severo; allo stesso tempo, però, cresce per chi ha un assegno superiore alle 2.626 euro (circa).

Le nuove percentuali di rivalutazione, così come modificate da un apposito emendamento alla legge di Bilancio 2023, dovrebbero essere le seguenti:

  • al 100% del tasso di rivalutazione per gli assegni d’importo inferiore alle 4 volte il trattamento minimo;
  • all’85% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 4 e le 5 volte il trattamento minimo;
  • al 53% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 5 e le 6 volte il trattamento minimo;
  • al 47% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 6 e le 8 volte il trattamento minimo;
  • al 37% del tasso di rivalutazione per gli assegni tra le 8 e le 10 volte il trattamento minimo;
  • al 32% del tasso di rivalutazione per gli assegni superiori alle 10 volte il trattamento minimo.

Chi ci guadagna di più?

Ovviamente a guadagnarci sono coloro che hanno una pensione il cui importo non supera i 2.626 euro lordi, ossia le 5 volte il trattamento minimo. Per questi, infatti, il tasso di rivalutazione, utilizzato nella fascia compresa tra i 2.100 e i 2.626 euro, non sarà più del 5,84%, bensì del 6,20% (da cui però andrà sottratto l’1,8% riconosciuto da ottobre per effetto dell’anticipo della rivalutazione).

Va detto che si tratterà di un incremento minimo. Ad esempio, al netto di quanto già riconosciuto a ottobre 2022 con l’anticipo della rivalutazione autorizzato dal decreto Aiuti bis, ne risulterà un incremento mensile di circa 134,50 euro, anziché di 132 euro.

A farne le spese, però, sono coloro che guadagnano di più, ma anche qui la differenza rispetto a quanto originariamente previsto dalla legge di Bilancio 2023 è di pochi euro.

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