Pensioni, nuova riforma in Parlamento. Stanno decidendo quando smetteremo di lavorare

Simone Micocci

31 Gennaio 2026 - 10:30

Riforma delle pensioni, in Parlamento si lavora al blocco dell’età pensionabile. Ma non mancano le tensioni.

Pensioni, nuova riforma in Parlamento. Stanno decidendo quando smetteremo di lavorare

Il futuro delle pensioni torna al centro del dibattito politico e, questa volta, la posta in gioco è l’età in cui smetteremo di lavorare. In Parlamento, infatti, si discute una nuova riforma previdenziale con un obiettivo chiaro: fermare - o almeno rallentare - l’aumento automatico dei requisiti anagrafici legato all’aspettativa di vita.

Il calendario, infatti, è già scritto. Dopo i 3 mesi in più previsti tra il 2027 e il 2028, le recenti stime della Ragioneria generale dello Stato indicano un ulteriore scatto nel biennio 2029-2030. Risultato: senza correttivi, l’uscita per la pensione di vecchiaia potrebbe salire fino a 67 anni e 6 mesi, un semestre in più rispetto a oggi.

Uno scenario che sta dividendo non solo maggioranza e opposizioni, ma anche gli stessi partiti. Nel Partito Democratico, ad esempio, convivono due linee opposte: chi chiede di abolire il meccanismo automatico introdotto con la riforma Fornero e chi, invece, teme che bloccarlo metta a rischio la sostenibilità dei conti pubblici.

La discussione è aperta ed è fondamentale seguirne gli sviluppi visto che dalle decisioni dei prossimi mesi potrebbe dipendere quando milioni di italiani potranno lasciare il lavoro.

Blocco Fornero, la mozione di centrodestra

Il primo segnale politico arriva dalla maggioranza. In Parlamento, infatti, il Centrodestra ha depositato una mozione che non punta a cancellare la riforma Fornero né ad abolire del tutto l’adeguamento automatico alla speranza di vita, ma a intervenire sugli effetti più rigidi del meccanismo per evitare nuovi aumenti “secchi” dell’età pensionabile.

Il documento, presentato da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, impegna il Governo a proseguire nel monitoraggio degli impatti degli adeguamenti automatici e, se necessario, a introdurre interventi correttivi. Tra le ipotesi indicate ci sono riduzioni degli incrementi o congelamenti temporanei, sulla scia di quanto già fatto con l’ultima legge di Bilancio.

La linea scelta è quindi quella della flessibilità, non dello stop totale. L’obiettivo dichiarato è limitare gli automatismi che fanno scattare l’aumento dei requisiti in modo meccanico ogni 2 anni, mantenendo però un sistema capace di adattarsi all’andamento della speranza di vita e alla sostenibilità dei conti pubblici.

Accanto a questo, la mozione chiede anche di rafforzare la previdenza complementare, incentivando l’adesione ai fondi pensione e valorizzando il Tfr come strumento di risparmio previdenziale, così da affiancare alla pensione pubblica una tutela integrativa soprattutto per i lavoratori più giovani.

La posizione del Centrosinistra sulla riforma

Se da una parte la maggioranza punta a rendere più flessibile il meccanismo senza smontarlo, il fronte del centrosinistra si muove invece su una linea più netta: fermare gli aumenti automatici dell’età pensionabile e superare definitivamente l’adeguamento biennale alla speranza di vita.

La proposta è contenuta nella mozione presentata congiuntamente da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, a prima firma della capogruppo dem Chiara Braga. Nel dettaglio, il testo chiede di eliminare il meccanismo automatico che collega i requisiti pensionistici all’aspettativa di vita e di rivedere gli incrementi già programmati, ritenuti penalizzanti soprattutto per chi svolge lavori gravosi o ha carriere discontinue.

Secondo quanto si legge nella mozione, l’età di uscita non dovrebbe crescere in modo meccanico ogni biennio, ma essere oggetto di una scelta politica, valutando di volta in volta l’impatto sociale. Anche perché, secondo le stime diffuse dalla Cgil, i nuovi adeguamenti rischiano di creare migliaia di ulteriori esodati, con circa 55 mila persone che potrebbero restare senza stipendio e senza pensione.

Ma proprio su questo punto emergono le tensioni interne. Nell’area riformista del Pd non manca chi teme che lo stop totale agli automatismi possa compromettere la sostenibilità dei conti pubblici. L’europarlamentare Giorgio Gori, ad esempio, ha ricordato che l’allungamento della vita media impone comunque un adattamento dell’età pensionabile, mentre il deputato Arturo Scotto spinge per un congelamento degli aumenti e per maggiori tutele per i lavoratori più fragili.

Il risultato è un centrosinistra compatto nel chiedere un freno agli scatti già previsti, ma diviso sulla strategia: abolire del tutto il meccanismo o limitarlo senza mettere a rischio l’equilibrio del sistema. Un confronto che, insieme alle scelte della maggioranza, sarà decisivo per capire quando - e a che condizioni - si potrà davvero andare in pensione nei prossimi anni.

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